GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ELIMINAZIONE DELLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE

“L’antico veleno del razzismo è vivo e vegeto in ogni comunità, società, paese e regione del mondo…L’antidoto è l’unità e l’azione.” António Guterres, Segretario Generale ONU

In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti disuguaglianze, mobilità umana e tensioni sociali sempre più marcate, il razzismo e la discriminazione razziale continuano a rappresentare una sfida strutturale per la tutela dei diritti umani e la coesione sociale. Nell’Unione europea, dati dell’Agenzia per i diritti fondamentali basati sull’indagine EU-MIDIS III (2022) indicano che oltre un terzo delle persone appartenenti a gruppi minoritari ha subito discriminazioni nei dodici mesi precedenti la rilevazione, a conferma della diffusione e della persistenza del fenomeno.

Lungi dall’essere fenomeni residuali, queste dinamiche si manifestano oggi in forme molteplici e in continua evoluzione: dalle espressioni esplicite di odio e violenza fino a pratiche più sottili e sistemiche, radicate nelle istituzioni e nelle dinamiche socio-economiche.

In questo contesto, il 21 marzo, le Nazioni Unite celebrano la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale, richiamando l’attenzione sulla necessità di rafforzare politiche efficaci, strumenti di monitoraggio e interventi capaci di affrontare le cause profonde del fenomeno, promuovendo società più inclusive, eque e rispettose dei diritti fondamentali.

UN FENOMENO ANCORA DIFFUSO A LIVELLO GLOBALE

Nonostante l’esistenza di strumenti giuridici internazionali – tra cui la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale – il fenomeno continua a manifestarsi in modo diffuso e strutturale.

Il World Report 2025 di Human Rights Watch, pubblicato nel gennaio 2025 e relativo agli sviluppi del 2024, evidenzia come il razzismo e la discriminazione razziale rimangano elementi sistemici in numerosi contesti nazionali. Il rapporto documenta, su scala globale, il persistere di disuguaglianze nell’accesso ai diritti fondamentali – in particolare lavoro, alloggio, sanità e giustizia – che colpiscono in modo sproporzionato migranti, rifugiati e minoranze etniche. Evidenzia inoltre un rafforzamento delle politiche securitarie e migratorie restrittive, spesso accompagnate da pratiche discriminatorie e da un uso crescente di retoriche stigmatizzanti nel discorso pubblico.

Queste tendenze trovano riscontro anche nei dati europei più recenti. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), sulla base dell’indagine EU-MIDIS III condotta nel 2022, il 50% delle persone appartenenti a gruppi minoritari dichiara di aver subito discriminazioni nei cinque anni precedenti, mentre il 38% riporta episodi discriminatori nell’anno precedente. L’origine etnica o migratoria rappresenta il fattore più rilevante, incidendo sul 38% dei casi segnalati.

A fronte di questo quadro, il World Report 2025 evidenzia anche un’intensificazione delle risposte istituzionali nel corso degli ultimi anni, tra cui l’adozione di piani d’azione contro il razzismo e strategie per l’uguaglianza a livello regionale – come il Piano d’azione dell’Unione europea contro il razzismo 2020–2025 e il percorso verso la nuova strategia 2026–2030. Tuttavia, il rapporto sottolinea come il divario tra impegni normativi e implementazione concreta resti significativo, in particolare per quanto riguarda la raccolta di dati disaggregati e il contrasto alle forme di discriminazione sistemica.

In questo contesto, il caso degli Stati Uniti conferma la persistenza di dinamiche analoghe nelle democrazie avanzate. Nel 2024, il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD) ha espresso forte preoccupazione per l’aumento dei discorsi d’odio anche ai più alti livelli istituzionali, nonché per il ricorso a pratiche di racial profiling e controlli basati sull’origine etnica. I dati disponibili rafforzano questo quadro: secondo l’FBI, nel 2022 sono stati registrati oltre 11.600 episodi di hate crime, di cui circa il 60% motivati da fattori legati a razza, etnia o origine.

Una dinamica analoga emerge anche nel contesto europeo. Nel Regno Unito, lo State of Hate Report 2026 – basato su dati relativi al periodo 2024–2025 – evidenzia come oltre il 70% dei crimini d’odio sia riconducibile a motivazioni razziali, in un contesto caratterizzato da una crescita costante del fenomeno. Il rapporto sottolinea inoltre il ruolo della diffusione di contenuti discriminatori online e della crescente polarizzazione del dibattito pubblico nel rafforzare dinamiche di esclusione e marginalizzazione.

Nel loro insieme, questi elementi confermano come il razzismo non rappresenti un fenomeno residuale, ma una componente strutturale delle società contemporanee, che si manifesta sia attraverso violenze dirette sia tramite forme più sottili e sistemiche, profondamente radicate nelle istituzioni e nelle pratiche sociali.

IL CASO ITALIANO: CRITICITÀ E SFIDE

Un esempio significativo delle criticità attuali emerge anche in Italia, dove diverse organizzazioni internazionali e organismi di monitoraggio hanno evidenziato pratiche e politiche che sollevano preoccupazioni in materia di diritti umani e non discriminazione.

In particolare, il tema della gestione migratoria si intreccia con dinamiche di esclusione e trattamento differenziato. Nel 2025, circa 49.000 persone sono arrivate via mare, tra cui oltre 8.600 minori non accompagnati. Secondo il World Report 2025 di Human Rights Watch, il contesto è stato caratterizzato dall’adozione di politiche restrittive.

Sul piano interno, persistono preoccupazioni legate alla discriminazione e ai crimini d’odio. Secondo i dati riportati dall’OSCE/ODIHR, nel 2022 sono stati registrati 1.393 reati d’odio, in larga parte motivati da razzismo e xenofobia, a conferma della centralità della dimensione razziale nel fenomeno anche nel contesto italiano.

Parallelamente, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) ha segnalato il fenomeno del racial profiling da parte delle forze dell’ordine, che colpisce in modo sproporzionato persone di origine africana e comunità Rom. I dati indicano che, nei primi mesi del 2025, il 42% delle persone fermate in alcune aree urbane e il 76% di quelle sottoposte a misure di polizia erano straniere, a fronte di una popolazione straniera pari a circa il 9% del totale nazionale.

Ulteriori elementi emergono da un meccanismo indipendente delle Nazioni Unite sulla giustizia razziale, che ha riscontrato l’uso di stereotipi e presunzioni di criminalità nelle attività di controllo da parte delle forze dell’ordine, contribuendo ad associare in modo improprio l’origine etnica alla devianza. Il rapporto sottolinea inoltre come la mancanza di dati disaggregati per origine etnica ostacoli la piena comprensione e il contrasto del fenomeno, e richiama l’attenzione sulla sovra-rappresentazione di persone di origine africana nel sistema penitenziario.

Foto: ©UN Photo/Paulo Filgueiras Diversity contributes to a better world. Let’s all have zero tolerance for racism and discrimination!

Fonti:

Human Rights Watch, World Report 2025

European Union Agency for Fundamental Rights (FRA), FRA submission to the EU Anti-Racism Strategy 2026–2030 (2025), basato su EU-MIDIS III (2022)

Federal Bureau of Investigation (FBI), Hate Crime Statistics

United Nations Committee on the Elimination of Racial Discrimination (CERD),
Concluding observations on the United States (2024)
https://tbinternet.ohchr.org/

United Nations Human Rights Office of the High Commissioner Italy: UN Experts on Racial Justice in Law Enforcement Warn of Racial Profiling Risk (10 Maggio 2024); USA: Racial profiling and racist hate speech by political leaders heightened human rights violations against migrants and asylum seekers, UN committee warns (11 Marzo 2026)

Hope Not Hate, State of Hate Report 2026

OSCE/ODIHR, Hate Crime Reporting – Italy

European Commission against Racism and Intolerance (ECRI), Report on Italy