Vivere insieme in pace significa riconoscere la diversità come parte essenziale della convivenza umana e costruire relazioni fondate sul dialogo, sul rispetto reciproco, sull’inclusione e sulla dignità di ogni persona. In un contesto mondiale segnato da conflitti, polarizzazione, disuguaglianze e crescenti forme di intolleranza, promuovere una cultura della pace rappresenta una priorità per rafforzare la coesione delle società e prevenire nuove fratture.
I dati ACLED confermano la portata della sfida: tra dicembre 2024 e novembre 2025 sono stati registrati oltre 204.000 eventi di conflitto nel mondo, con più di 240.000 vittime. Questi numeri richiamano l’urgenza di investire in strumenti capaci di prevenire la violenza, promuovere la riconciliazione e rafforzare la fiducia tra individui, comunità e istituzioni.
Il 16 maggio si celebra la Giornata Internazionale del Vivere Insieme in Pace, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione sull’importanza della riconciliazione, della solidarietà e della cooperazione tra individui, comunità e popoli. La ricorrenza invita a riflettere sul valore del dialogo come strumento per superare incomprensioni, discriminazioni e divisioni, promuovendo società più inclusive, resilienti e capaci di affrontare le tensioni in uno spirito di comprensione reciproca.
Il tema del 2026, “Building Trust through Dialogue, Inclusion and Reconciliation”, sottolinea il legame tra fiducia, partecipazione e pace. La pace, infatti, non si limita all’assenza di conflitto, ma richiede un processo attivo e quotidiano, capace di coinvolgere istituzioni, comunità, scuole, luoghi di culto e spazi pubblici. Costruire fiducia attraverso il dialogo e l’inclusione significa creare le condizioni perché differenze culturali, religiose, sociali e politiche non diventino motivo di esclusione, ma occasione di convivenza e cooperazione.
UNA CULTURA DELLA PACE FONDATA SU FIDUCIA, EDUCAZIONE E PARTECIPAZIONE
Il tema del 2026 si inserisce nel più ampio impegno delle Nazioni Unite per la promozione di una cultura della pace, intesa non solo come assenza di guerra, ma come capacità di prevenire i conflitti, ridurre le fratture sociali e rafforzare la fiducia tra individui, comunità e istituzioni.
Questa visione ha trovato un passaggio fondamentale nel 1989, con il Congresso internazionale “Peace in the Minds of Men”promosso dall’UNESCO, ed è stata poi formalizzata nel 1999 con la Dichiarazione e Programma d’Azione su una Cultura della Pace, che riconosce nell’educazione, nei diritti umani, nella partecipazione democratica, nella tolleranza, nel dialogo e nella cooperazione strumenti essenziali per costruire società più pacifiche.
In società sempre più interconnesse e plurali, il dialogo interculturale e interreligioso diventa una componente concreta della prevenzione. Il rapporto del Segretario Generale Promotion of a culture of peace and interreligious and intercultural dialogue, understanding and cooperation for peace lo definisce come uno strumento per rafforzare la coesione sociale, tutelare i diritti umani e trasformare le differenze in occasioni di cooperazione.
La sua importanza è confermata anche dal rapporto UNESCO We Need to Talk: Measuring Intercultural Dialogue for Peace and Inclusion , secondo cui circa 1,5 miliardi di persone vivono in Paesi con bassi livelli di dialogo interculturale, dove risultano più diffuse sfide come povertà, terrorismo e sfollamento forzato.
Questa prospettiva riguarda anche il ruolo delle istituzioni. Il Rome Communiqué della Seconda Conferenza parlamentare sul dialogo interreligioso ricorda che fiducia e speranza non sono ideali astratti, ma condizioni pratiche per contrastare deumanizzazione e polarizzazione e ricostruire legami tra comunità e istituzioni.
Un ruolo decisivo è affidato anche all’educazione. L’hate speech, online e offline, può indebolire la coesione sociale e alimentare ideologie estremiste e violente. Per questo, educazione ai diritti umani, cittadinanza digitale, media and information literacy, pensiero critico e dialogo interculturale diventano strumenti fondamentali per rafforzare la resilienza delle comunità di fronte a narrazioni polarizzanti e disumanizzanti.
L’inclusione, tuttavia, non può restare un principio generale: deve tradursi in accesso concreto a opportunità, diritti e spazi di partecipazione. L’UNESCO propone di superare modelli di integrazione fondati sulla sola capacità dei nuovi arrivati di adattarsi alla società ospitante, promuovendo invece un approccio multidirezionale basato sulla responsabilità condivisa tra migranti, comunità e istituzioni.
La portata della sfida è evidente: alla fine del 2024, 123,2 milioni di persone risultavano forzatamente sfollate, mentre nel 2023 solo circa il 7% dei rifugiati era iscritto all’istruzione superiore, contro un tasso globale pari al 42%. Poiché l’83% dei giovani rifugiati iscritti all’istruzione superiore studia nei Paesi ospitanti, scuole, università e comunità educative diventano spazi decisivi per costruire appartenenza, competenze interculturali e partecipazione sociale.
Questa impostazione si collega all’agenda ONU sul sustaining peace, che invita ad agire lungo tutto il ciclo del conflitto, non soltanto dopo la violenza, affrontando le cause profonde di instabilità attraverso inclusione, accesso alla giustizia, servizi sociali, riconciliazione e partecipazione di tutti i segmenti della società.
La partecipazione, tuttavia, deve essere sostanziale: l’inclusione rischia altrimenti di ridursi a un esercizio simbolico, senza reale capacità di incidere sugli equilibri di potere e sui processi di trasformazione dei conflitti.
In questo quadro, “Building Trust through Dialogue, Inclusion and Reconciliation” assume un significato concreto: costruire fiducia significa creare società in cui le differenze non siano percepite come una minaccia, ma affrontate attraverso ascolto, diritti, partecipazione e responsabilità condivisa. Vivere insieme in pace non significa cancellare il dissenso, ma trasformarlo in confronto, cooperazione e riconciliazione quotidiana.
IL RUOLO DELLE NAZIONI UNITE NEL SOSTEGNO DELLA PACE
Il richiamo al vivere insieme in pace si collega alla missione originaria delle Nazioni Unite, nate nel 1945 con l’obiettivo, inscritto nel Preambolo della Carta, di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”.
Da allora, l’ONU opera per prevenire l’escalation delle crisi, favorire soluzioni pacifiche, sostenere il cessate il fuoco e accompagnare le società nel passaggio dal conflitto alla ricostruzione. Gli strumenti messi in campo comprendono la diplomazia preventiva, i “buoni uffici” del Segretario Generale e le decisioni del Consiglio di Sicurezza, cui spetta la responsabilità primaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.
Nel tempo, il concetto di pace si è ampliato: non si tratta soltanto di interrompere la violenza, ma di creare le condizioni perché il conflitto non si ripeta. Peacekeeping e peacebuilding sono parte di questo impegno, insieme alla tutela dello Stato di diritto, alla protezione dei diritti umani, alla riconciliazione e al rafforzamento delle istituzioni.
In questo quadro si inserisce anche il lavoro di UNICRI, l’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia, che contribuisce attraverso ricerca, formazione, attività sul campo e scambio di conoscenze alla formulazione di politiche più efficaci in materia di prevenzione del crimine e giustizia, nel più ampio quadro dello sviluppo socio-economico e della tutela dei diritti umani.
Sostenere la pace significa quindi intervenire sulle cause profonde dell’instabilità: esclusione, impunità, disuguaglianze, debolezza istituzionale e sfiducia tra cittadini e istituzioni. È qui che il tema del 2026 trova una dimensione concreta: costruire fiducia attraverso dialogo, inclusione e riconciliazione significa rafforzare le condizioni sociali e istituzionali senza le quali la pace resta fragile.
Foto: UN
ACLED, Conflict Data and Trends 2024–2025
Inter-Parliamentary Union, Second Parliamentary Conference on Interfaith Dialogue: Strengthening trust and embracing hope for our common future. Report, Rome (June 2025)
PRIO, “Interfaith Dialogue Can Help Build Peace” (2016)
PRIO, “Strategies of Inclusion in Peacemaking: Beyond Box-Ticking and Photo Opportunities?”
(2020)
UN. “Guidance on Sustaining Peace .” (2017)
UN. “Declaration and Programme of Action on a Culture of Peace, A/RES/53/243” (1999).
UNESCO. “Addressing Hate Speech through Education: A Guide for Policy Makers.” (2023)
UNESCO. “We Need to Talk. Measuring Intercultural Dialogue for Peace and Inclusion.”
(2022).
UNESCO . “More than Welcome: Intercultural Integration of Migrants in And Through Higher
Education.” (2026)

