“I gruppi terroristici sfruttano sistematicamente l’instabilità, le tecnologie fuori controllo e la fragilità socioeconomica per prendere di mira e intimidire i gruppi vulnerabili. I giovani, compresi i bambini, sono sempre più esposti alla radicalizzazione attraverso le piattaforme dei social media online e gli ambienti di gioco non regolamentati”.
António Guterres, Segretario Generale ONU
In un contesto internazionale segnato da conflitti prolungati, fragilità istituzionale e trasformazioni digitali accelerate, il terrorismo continua a rappresentare una minaccia complessa e in costante evoluzione per la pace e la sicurezza globale. Oggi l’estremismo violento non si limita ad adattarsi al cambiamento tecnologico: lo incorpora, lo sfrutta e ne viene profondamente ridefinito. Intelligenza artificiale, algoritmi, piattaforme criptate ed ecosistemi digitali in continua evoluzione stanno trasformando il modo in cui individui e comunità comunicano, costruiscono identità e si mobilitano, incidendo direttamente sui processi di radicalizzazione.
È in questo scenario che, il 12 febbraio le Nazioni Unite celebrano la Giornata Internazionale per la Prevenzione dell’Estremismo Violento, anche quando favorisce il Fenomeno del Terrorismo, richiamando la necessità di rafforzare approcci preventivi, inclusivi e fondati sui diritti umani.
IL TERRORISMO COME MINACCIA IN CONTINUA EVOLUZIONE
Il terrorismo è una strategia di violenza politicamente motivata che impiega o minaccia l’uso illegittimo della forza per incutere terrore in una collettività e influenzare decisioni politiche, producendo effetti psicologici e simbolici che superano di gran lunga il danno materiale immediato.
Nel 2024, 66 Paesi hanno registrato almeno un attacco terroristico – il numero più alto dal 2018 – a conferma di una diffusione geografica del fenomeno, nonostante un lieve calo complessivo delle vittime a livello globale.
Secondo il Global Terrorism Index 2025, i quattro gruppi più letali – Islamic State (IS), Jamaat Nusrat Al-Islam wal Muslimeen (JNIM), Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) e al-Shabaab – hanno causato complessivamente 4.204 morti nel 2024, con un aumento dell’11% rispetto all’anno precedente. L’Islamic State e i suoi affiliati restano l’organizzazione più letale, responsabile di 1.805 morti in 22 Paesi.
Accanto al jihadismo, si è consolidata una minaccia di matrice suprematista e far-right, alimentata da narrative identitarie che dipingono società multiculturali e istituzioni democratiche come minacce esistenziali. Tra il 2017 e il 2024 gli attacchi di estrema destra in Occidente hanno causato 292 morti.
Il report State of Hate 2025 offre uno spaccato significativo del contesto britannico: il 19% delle segnalazioni al programma Prevent – il sistema nazionale di prevenzione della radicalizzazione – riguarda ideologie di estrema destra; il 29% delle persone detenute per reati di terrorismo dichiara visioni far-right; il 43% dei condannati per reati legati all’estremismo di destra ha 22 anni o meno. Non si tratta soltanto di numeri sulla pericolosità della minaccia, ma di indicatori di una radicalizzazione sempre più presente tra i giovani.
In Occidente si registra inoltre un aumento degli attacchi “lone actor”, passati da 32 a 52 in un anno: nel 2024, il 65% degli attacchi non è stato formalmente attribuito a organizzazioni strutturate e solo l’8% risulta riconducibile a gruppi formalmente organizzati. Si tratta spesso di individui che si radicalizzano autonomamente, costruendo percorsi ideologici ibridi attraverso forum estremisti, piattaforme social, ambienti di gaming, app criptate e dark web.
Il terrorismo contemporaneo è dunque sempre più decentralizzato, frammentato e digitalmente mediato. Le categorie tradizionali – jihadismo o suprematismo – restano rilevanti, ma le traiettorie individuali si sviluppano in ecosistemi online dove identità, appartenenza e radicalità si alimentano reciprocamente.
Terrorismo e mondo online: la radicalizzazione nell’era digitale
Il terrorismo contemporaneo si muove in uno spazio ibrido, in cui la dimensione digitale non è accessoria ma strutturale. Internet non è la causa dell’estremismo violento, ma ne è diventato uno dei principali acceleratori, creando un ambiente in cui radicalizzazione, reclutamento e supporto logistico possono svilupparsi anche senza contatto fisico diretto.
La radicalizzazione si infiltra nel linguaggio, nell’umorismo e nell’estetica delle culture giovanili online. Spazi nati per socializzazione ed espressione personale diventano arene in cui identità, appartenenza e ideologia si intrecciano. In questo contesto si è sviluppato il concetto di algorithmic radicalisation, che descrive come i sistemi di raccomandazione delle piattaforme – progettati per massimizzare il tempo di permanenza e l’interazione – possano favorire un’esposizione progressiva a contenuti sempre più estremi. Privilegiando materiali capaci di generare shock o indignazione, gli algoritmi possono trasformare una curiosità iniziale in un percorso di adesione ideologica.
Un elemento cruciale è l’estetizzazione del messaggio. La cosiddetta visual turn ha reso meme, linguaggi visivi e cultura digitale strumenti di normalizzazione ideologica. Il progetto europeo ALLIES ha evidenziato come jihadismo e suprematismo utilizzino tecniche comunicative simili – simboli codificati, contenuti virali e migrazione costante tra piattaforme – per ampliare il proprio bacino di reclutamento. Ironia, gaming culture, trolling e “shitposting” possono fungere da meccanismi di desensibilizzazione, mascherando contenuti violenti sotto la forma della provocazione o della satira.
Parallelamente, le piattaforme digitali rappresentano vere e proprie infrastrutture operative. Il report UNOCT-UNICRI 2024 Beneath the Surface segnala la crescente convergenza tra terrorismo e cybercriminalità: il modello del cybercrime-as-a-service consente anche ad attori con competenze limitate di accedere a strumenti sofisticati, come attacchi DDoS o ransomware. Le piattaforme criptate e le criptovalute facilitano coordinamento e finanziamento transnazionale.
L’intelligenza artificiale introduce ulteriori criticità: gruppi affiliati allo Stato Islamico hanno sperimentato strumenti di AI per produrre propaganda multilingue e contenuti personalizzati, aumentando la capacità di segmentazione e persuasione dei messaggi. Deepfake e chatbot automatizzati, inoltre, possono rendere la propaganda più sofisticata e difficile da individuare.
Prevenire nell’era delle tecnologie emergenti: il ruolo delle Nazioni Unite
Di fronte a questa evoluzione, la prevenzione dell’estremismo violento non può limitarsi alla rimozione dei contenuti o all’intervento repressivo. Richiede governance tecnologica, cooperazione internazionale e approcci fondati sui diritti umani.
La Strategia Globale delle Nazioni Unite contro il Terrorismo – adottata nel 2006 e periodicamente riesaminata dall’Assemblea Generale – rappresenta il principale quadro di riferimento per l’azione multilaterale contro il terrorismo, fondato su un equilibrio tra contrasto operativo, prevenzione delle condizioni che favoriscono la radicalizzazione e tutela dei diritti umani. A essa si affianca il Piano d’Azione per la Prevenzione dell’Estremismo Violento del 2016, che ha segnato un passaggio decisivo verso un approccio preventivo, inclusivo e centrato sulle comunità, riconoscendo che la sicurezza sostenibile si costruisce anche attraverso governance efficace, partecipazione giovanile e resilienza sociale.
In questo quadro, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controterrorismo fornisce leadership strategica e rafforza la cooperazione internazionale per prevenire il terrorismo, mentre UNICRI contribuisce attraverso ricerca, formazione e analisi sull’uso emergente dell’intelligenza artificiale, delle piattaforme digitali e degli strumenti cyber da parte dei gruppi terroristici, promuovendo soluzioni innovative e conformi ai diritti fondamentali.
Il tema 2026 sottolinea che le tecnologie emergenti rappresentano una doppia sfida: possono essere sfruttate per diffondere odio e mobilitare violenza, ma possono anche rafforzare la prevenzione, migliorare l’analisi dei rischi e sostenere contro-narrative inclusive. In vista della nona revisione della Strategia Globale contro il Terrorismo nel 2026, l’Assemblea Generale sarà chiamata a riflettere anche sull’impatto delle nuove tecnologie e sull’esigenza di rafforzare la cooperazione internazionale in ambito digitale.
In questo scenario, la prevenzione non può limitarsi alla moderazione o alla deplatforming. Interventi esclusivamente top-down rischiano di produrre migrazioni verso piattaforme meno regolamentate o di alimentare narrazioni vittimistiche. Diventa necessario un cambio di paradigma: promuovere alfabetizzazione algoritmica, maggiore trasparenza nei sistemi di raccomandazione e coinvolgimento attivo dei giovani nella progettazione di ambienti digitali più sicuri. Comprendere come funzionano i sistemi che determinano visibilità, ranking e trending significa rafforzare la resilienza individuale e collettiva in un’epoca in cui l’attenzione è una risorsa contesa.
Fonti: ONU, Global Terrorism Index 2025, State of Hate 2025, ALLIES, The Global Network on Extremism and Technology, UNICRI, Treccani
Foto: ONU

