Sicurezza dentro e fuori dal campo: porre fine al traffico di minori nello sport 

Arrivata nel campo profughi di Kakuma (Kenya), Saido, rifugiata somala, ha trovato nel basket un modo per integrarsi e riacquistare fiducia.   

“Lo sport mi fa sentire parte di qualcosa. Quando gioco, affermo il mio diritto di praticare sport e mi si aprono nuove opportunità”, ha affermato.   

Questo è ciò che lo sport dovrebbe rappresentare per i giovani di tutto il mondo. Ma non sempre lo è.   

Una nuova campagna sostenuta dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) lavora per contrastare il lato oscuro di un’industria multimiliardaria, ponendo fine al traffico di minori attraverso lo sport.  

Una via d’accesso per lo sfruttamento 

“Lo sport dovrebbe essere fonte di gioia e soddisfazione, non una via d’accesso per lo sfruttamento. Ciononostante, i trafficanti approfittano delle ambizioni dei giovani atleti, usando false promesse per attirarli in percorsi di abuso e inganno”, ha affermato Ugochi Daniels, Vicedirettore Generale OIM.  

Dei circa 50 milioni di persone in tutto il mondo vittime di abusi legati alla tratta, il 38% sono bambini e di questi, l’11% è stata adescata attraverso false promesse.   

Nel contesto sportivo, questo può significare iscrizioni a false accademie sportive, provini truffa o pseudo contratti presentati come professionali. 

Per molti giovani come Saido, lo sport può essere una via di fuga da contesti svantaggiati. Saido, ad esempio, sogna di vedere più donne somale e provenienti da campi profughi giocare nei campionati professionistici internazionali.   

“Vorrei vedere un’accademia di basket piena di ragazze somale e di altre provenienti da diverse comunità qui a Kakuma e vederle giocare nel WNBA”, ha detto Saido, riferendosi al massimo campionato femminile degli Stati Uniti. 

La campagna ricorda che questi sogni vanno protetti, non sfruttati. 

I rischi da non ignorare 

In collaborazione con Mission 89, un’organizzazione che combatte lo sfruttamento dei giovani atleti, l’OIM invita gli stakeholder dell’industria sportiva, che vale 1,2 trilioni di dollari, a rafforzare i meccanismi di protezione.   

Ciò include la riforma delle strategie di reclutamento non etiche che possono essere sfruttate dai trafficanti e l’educazione dell’intero settore sui danni e i rischi della tratta di esseri umani.   

Oltre a questi cambiamenti tangibili, la campagna invita anche i leader del settore a firmare impegni che dichiarino tolleranza zero nei confronti di questo flagello.   

“Mentre continuiamo a celebrare il potere dello sport, non possiamo ignorare i rischi che i giovani atleti corrono”, ha affermato Lerina Bright, fondatrice e Direttrice Esecutiva di Mission 89.   

“Questa campagna mira a garantire che ogni bambino che sogna attraverso lo sport sia al sicuro, sostenuto e mai sfruttato”. 

FONTE E FOTO: UNICRI