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di
Andrea Gianvenuti Volontario UNIC
Il Belize, piccolo stato dell’America Centrale, ha attuato dai primi anni ’90 una politica di sviluppo e di promozione del turismo fortemente improntata ai principi della sostenibilità ambientale, socio-culturale ed economica. Le caratteristiche geografiche del territorio hanno facilitato la promozione del Belize come “paradiso della biodiversità”: oltre il 70% del territorio nazionale è ricoperto da foreste naturali, con 49 diversi tipi di vegetazione e uno degli eco-sistemi marini più estesi del mondo, il più vasto dell’emisfero occidentale. La bassa densità della popolazione ha permesso lo sviluppo di diverse aree protette, cosicché molte specie animali e vegetali a rischio di estinzione in altre regioni dell’America Centrale, come giaguari, lamantini e coccodrilli, sono qui ampiamente presenti, formando un habitat naturale estremamente importante per la conservazione della biodiversità a livello globale. In questo felice contesto ambientale, i vari Governi che si sono succeduti hanno saputo creare le condizioni per la promozione dell’eco-turismo, favorendo non solo la conservazione ambientale, ma anche facendo leva sul turismo come strumento di crescita economica e sociale delle popolazioni indigene. I due gruppi etnici dei Creoli e dei Maya, così diversi fra loro per tradizioni e storia, hanno saputo sviluppare una forma simile di offerta turistica che rappresenta un modello esemplare per le comunità agricole di altri Paesi in via di sviluppo. I Creoli formano il gruppo etnico maggioritario del Belize e sono stanziati prevalentemente nella parte settentrionale del paese, al confine col Messico. In alcuni villaggi di questa zona è stato creato nei primi anni ’90 il “Community Baboon Sanctuary”, una riserva per i babbuini, che ha permesso a comunità che si stavano lentamente estinguendo, causa l’emigrazione giovanile e il declino dei lavori agricoli, di invertire questo processo grazie all’arrivo dei turisti. Molte famiglie dipendono oggi dai guadagni che realizzano grazie alle attività di bed&breakfast (servendo prodotti gastronomici locali e quindi rivitalizzando la stessa agricoltura) e facendo da guide turistiche nella giungla identificando le piante, i sentieri degli animali e facendo osservare le scimmie ai visitatori. La riserva, originariamente sostenuta dal Wwf, dalla Lega Internazionale per la Protezione dei Primati e dalla Belize Audubon Society, un Organizzazione Non Governativa che agiva per conto del Governo nazionale, dà lavoro a molte persone ed ha istituito un imponente museo, la cui quota d’ingresso ne garantisce il mantenimento. Aldilà dei benefici economici per la comunità locale, la Riserva dei Babbuini ha avuto come importanti effetti collaterali un rallentamento nell’emigrazione giovanile verso le aree urbane, la rifioritura della flora e della fauna ed una diminuzione del numero di animali selvatici uccisi dai locali per l’approvvigionamento alimentare. Gradualmente, gli scienziati affluiscono nell’area per analizzare non solo i babbuini, ma anche tartarughe, uccelli ed altre specie che si stanno moltiplicando all’interno dei confini della riserva. La politica di protezione dei babbuini ha avuto un successo tale che le scimmie in eccesso vengono catturate e trasferite nelle altre zone del Belize dove si erano estinte. La nascita e lo sviluppo della riserva dei babbuini rappresenta quindi un felice esempio di sostenibilità non solo turistica, grazie ai benefici economici ricadenti interamente sulla comunità locale, ma anche ambientale, grazie al significativo contributo alla protezione della biodiversità, e socio-culturale, per il pieno coinvolgimento della popolazione indigena in tutta la fase dell’offerta turistica e per la rifioritura di una cultura millenaria che, senza il turismo, avrebbe rischiato l’estinzione. Nel Belize del Sud, un’iniziativa simile è stata implementata attraverso la realizzazione di due progetti tesi a promuovere congiuntamente conservazione ambientale, turismo culturale e sviluppo agricolo nella regione abitata dai Maya. Nel primo progetto, gestito dal TEA (Toledo Ecotourism Association), i turisti vivono a contatto diretto con i Maya, venendo ospitati nelle loro case, osservando e partecipando alla vita quotidiana del villaggio. Nel secondo, il Mayan Guesthouse & EcoTrail Program, vengono organizzate visite negli stessi villaggi, ma i turisti vengono ospitati in strutture realizzate appositamente per loro. In entrambi i casi, i turisti mangiano prodotti gastronomici locali e compiono escursioni alle attrazioni naturali e culturali (i resti delle antiche città dei Maya) accompagnati da guide turistiche del posto. L’ospitalità e la guida dei turisti, nell’ambito del progetto TEA, avviene inoltre secondo un processo di rotazione che permette il coinvolgimento di tutte le famiglie dei villaggi e, conseguentemente, la piena condivisione dei benefici economici. Sono undici attualmente le comunità coinvolte in questa iniziativa, sostenuta dallo stesso governo del Belize attraverso corsi di formazione per l’ospitalità. Un ulteriore differenza è che mentre il Mayan Guesthouse Program è gestito da un emigrante statunitense che trattiene parte dei profitti, il progetto TEA è strutturato in modo che, mentre l’80% delle entrate valutarie rimane nel villaggio, l’altro 20% è destinato al bilancio dell’Associazione ed utilizzato, oltre che per pagare i costi di gestione e le tasse governative, anche per sostenere altri progetti di conservazione ambientale, sanitari ed educativi a favore delle comunità Maya. E’ evidente che questi modelli di offerta turistica si rivolgono ad una domanda quantitativamente limitata, rimanendo lontani anni luce dai volumi di affari tipici del turismo di massa. La valorizzazione della piccola imprenditoria locale rappresenta tuttavia il modo migliore per garantire effettivi benefici economici per la località ed un attenzione reale per limitare gli impatti negativi determinati dal turismo tradizionale sull’ambiente e la cultura locale, specialmente nei paesi meno sviluppati.
(settembre 2002)
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