L’URANIO IMPOVERITO NELLE GUERRE:
UN RISCHIO DELIBERATAMENTE IGNORATO?*

Di Ilaria Maria Ercolano — Volontario Unic

* Le opinioni espresse nel presente articolo riflettono i punti di vista dell’autore.

 

Premessa

 

Quest’articolo esamina un argomento assai controverso, sul quale le fonti non permettono di fare completa chiarezza, e cioè l’utilizzo di armi all’uranio impoverito nei recenti conflitti armati e i suoi effetti sull’uomo e sull’ambiente. In questo contesto, diversi elementi mi inducono a ritenere che in certi casi il Depleted Uranium (DU) potrebbe rivelarsi altamente nocivo per la salute, ma che la sua pericolosità sia sovente sottovalutata soprattutto a causa delle oggettive difficoltà che si riscontrano nel tentativo di determinare sperimentalmente la presenza del metallo1. D’altra parte è molto probabile che l’uso dell’uranio impoverito rientri in una logica di mercato che favorisce gli interessi dell’industria bellica.

1 M. Cristaldi, A. Di Fazio, C.Poma, A.Tarozzi, M.Zucchetti, Alcune tesi e fatti sull’uranio impoverito (DU), sul suo uso nei Balcani, sulle conseguenze sulla salute di militari e popolazione, http://www.scienzaepace.it/contributi%20scientifici/documentoDU1.html, p.9.

 

Definizione ed usi dell’uranio impoverito

 

L’uranio è un metallo pesante che in quantità ridotte si trova in natura e che contiene tre isotopi radioattivi (l’U-234, l’U-235 e l’U-238), con una netta preponderanza dell’U-238. L’uranio usato negli armamenti nucleari è arricchito con l’isotopo fissile 235 ed è noto appunto come uranio arricchito. Il materiale di scarto di questa operazione è conosciuto invece come uranio impoverito, esaurito o spento. Nell’uranio impoverito l’isotopo 235 è presente in misura inferiore a quella contenuta nell’uranio naturale e la sua radioattività è considerata "di basso livello" rispetto a quella "di alto livello" propria delle armi nucleari, e molto pericolosa per via dei raggi gamma ad alta energia2. L’uranio impoverito, emettendo solo particelle alfa e beta, è classificato nella categoria più bassa di rischio fra gli isotopi radioattivi3, ma non si può escludere che esso potrebbe rivelarsi ugualmente nocivo, soprattutto se inalato o ingerito in grosse quantità.

2 Gli effetti sanitari dell’uranio impoverito, http://www.uranioimpoverito.it/sanita.htm, p.2.
3
Cos’è l’uranio impoverito, http://www.uranioimpoverito.it/cosa_e.htm, p.1.

La relativa abbondanza dell’uranio impoverito, in quanto presente nei depositi come materiale di scarto radioattivo, oltre al suo basso costo e alla sua alta densità e resistenza sono alla base dei principali usi civili del Depleted Uranium (DU). Esso è utilizzato, ad esempio, come materiale per la protezione contro radiazioni di alto livello nel settore medico e come elemento delle sinker bars, cioè pesi che servono per fare affondare attrezzature nei pozzi petroliferi. E’ usato inoltre come contrappeso per aeromobili, come il McDonnell Douglas DC-10 o l’aereo militare Lockheed C-130.

Oltre che nei settori dell’industria civile, l’uranio esaurito è largamente utilizzato anche nelle corazzature di determinati sistemi d’arma e nelle munizioni per uso militare. Occorre menzionare a questo proposito che qualora unito ad altri elementi chimici, come il titanio o il molibdeno, e sottoposto a riscaldamento attorno ai 450 gradi, l’uranio impoverito mostra le stesse proprietà di durezza e resistenza che sono proprie dell’acciaio temperato per utensili. Dunque, nel caso di un suo eventuale utilizzo nelle munizioni anticarro, esso risulta in grado di perforare le corazzature con maggiore efficacia dell’altro elemento chimico presente negli arsenali di diversi eserciti nazionali4, il tungsteno cristallino. Il fatto che l’uranio spento abbia un costo inferiore e sia disponibile in quantità superiore rispetto al tungsteno, però, fa sì che esso sia preferito a quest’ultimo, e questo nonostante la sua innegabile maggior tossicità e radioattività.

4 Depleted Uranium — Usi militari dell’Uranio Impoverito -, http://www.peaclink.it/dossier/uranio/cosae1.htm, p.1.

 

Conseguenze per l’uomo e per l’ambiente

 

L’uranio impoverito fu impiegato per la prima volta in un conflitto armato nel 1991, durante la guerra del Golfo, e successivamente nelle operazioni militari che videro coinvolte le truppe NATO in Kosovo5. A questo proposito, da più parti sono stati sollevati forti timori in merito al fatto che le munizioni utilizzate nelle aree che furono teatro degli scontri potrebbero attualmente rappresentare una seria minaccia, sia per la salute di coloro che vi abitano e lavorano, sia per l’ambiente. In particolare, i rischi potrebbero derivare dalle proprietà chimiche o radiologiche dell’uranio spento.

5 PeaceLink (a cura di), Cronologia. La storia dell’uranio impoverito, http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/u238/storia.shtml, pp.1-3.

Secondo un rapporto del 1999, redatto dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), tuttavia, i proiettili all’uranio impoverito non rappresenterebbero un rischio concreto dal punto di vista radiologico6. Lo stesso rapporto indica, però, che le poche ricerche scientifiche condotte nelle zone oggetto del conflitto, non sarebbero sufficienti per esprimere un parere definitivo7.

6 International Atomic Energy Agency, Depleted Uranium, 1999, p.4.
7 International Atomic Energy Agency, Depleted Uranium, ibidem.

Nell’aprile 2001, un’altra autorevole organizzazione internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), pubblicò "L’uranio Impoverito: Fonti, Esposizione e Rischi per la Salute", una monografia contenente una serie di raccomandazioni relative al Depleted Uranium e alla salute pubblica. Stando alla monografia, l’uranio esaurito potrebbe avere effetti chimici e radiologici sulla salute, ma per osservare qualsiasi sintomo l’esposizione al metallo dovrebbe essere significativamente lunga8. Tuttavia, lo studio effettuato dall’OMS ammette la mancanza di informazioni esaustive in merito agli effetti dell’uranio esaurito sul corpo umano e identifica aree nelle quali svolgere ricerche più accurate, menzionando peraltro la necessità di chiarire l’entità di possibili danni ai reni indotti dall’esposizione all’uranio9.

8 World Health Organization, WHO makes recommendations on Depleted Uranium and Health in New Monograph, Press Release WHO/22, 26 April 2001, p.1.
9 World Health Organization, WHO makes recommendations, p.2.

D’altra parte diverse analisi sembrano confermare il fatto che l’uranio esaurito, pur se meno radioattivo di quello naturale, rappresenterebbe comunque un serio pericolo per l’uomo e per l’ambiente. La relazione stilata nel gennaio 2001 dal Comitato "Scienziate e scienziati contro la guerra"10 sottolinea come nel caso di esplosioni provocate da armi all’uranio spento, il pericoloso metallo sia in grado di prendere fuoco rapidamente, e quindi si nebulizzi, contaminando prima l’ambiente e poi di riflesso l’uomo attraverso l’aria, l’acqua e gli alimenti11. Sempre in base alla ricostruzione del Comitato, per bloccare la radiazione alfa emessa dall’uranio impoverito basterebbe un sottile strato di pelle, ma qualora questa radiazione fosse emessa all’interno del corpo umano essa arrecherebbe gravissimi danni a cellule e cromosomi12. Dalle tesi del Comitato si evince, infine, che sarebbero soprattutto le cellule polmonari e quelle ematopoietiche, in quanto cellule ad elevato tasso di proliferazione, a risultare particolarmente sensibili alle radiazioni. L’insorgenza di eventuali patologie dovute al Depleted Uranium dipenderebbe, però, soprattutto dalle quantità di polveri di uranio ingerite o inalate, e dunque dalla presenza di uranio impoverito nell’ambiente, dalle caratteristiche fisiche dell’elemento chimico radioattivo e dal tempo di esposizione13.

10 Nell’aprile 1999 in vari centri di ricerca e dipartimenti universitari italiani sorsero spontaneamente "comitati contro la guerra" (quella della NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia), costituiti da ricercatori e ricercatrici che iniziarono a inviare messaggi di posta elettronica per manifestare il proprio dissenso. Poco dopo a livello nazionale si formò il Comitato "Scienziate e scienziati contro la guerra". Fra le sue principali iniziative è da menzionare un seminario scientifico relativo agli effetti della guerra nei Balcani, svoltosi a Roma nel giugno 1999, al quale intervennero fra l’altro ricercatori del CNR, dell’ENEA, del Ministero dell’Ambiente e docenti appartenenti ai dipartimenti di diverse università italiane.
11 M. Cristaldi, A. Di Fazio, C.Poma, A.Tarozzi, M.Zucchetti, Alcune tesi, p.2.
12 M. Cristaldi, A. Di Fazio, C.Poma, A.Tarozzi, M.Zucchetti, Alcune tesi, p.3.
13 M. Cristaldi, A. Di Fazio, C.Poma, A.Tarozzi, M.Zucchetti, Alcune tesi, ibidem.

Oltre ai potenziali effetti sull’uomo, è poi molto probabile che l’uranio esaurito produca effetti di lungo periodo sull’ambiente. Lo scienziato Prof. Dr. Siegwart-Horst Guenther, presidente della Croce Gialla Internazionale e membro onorario dell’Accademia polacca di Scienze, ha affermato in proposito che le particelle tossiche liberate dalla combustione di un proiettile o i residui inesplosi potrebbero essere trasportati per centinaia di chilometri dal vento prima di depositarsi sul suolo ed essere poi assorbiti dall’uomo o inquinare le falde acquifere14. In questo contesto la NATO risulterebbe peraltro coinvolta in prima persona a causa dei suoi consistenti bombardamenti, fra l’aprile e il giugno 1999, con armi al Depleted Uranium su Djavolnje Stene, in Iugoslavia, al solo scopo di sperimentare l’impatto dei propri armamenti sull’ambiente locale15.

14 Cos’è l’uranio impoverito, http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/u238/scheda_pck.shtml, p.1.
15 Il caso di Djavolnje Stene: http://
www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/ambiente/devils_walls.shtml, p.1.

 

L’impiego dell’uranio impoverito nella guerra del Golfo

 

Nel 1990 l’Iraq invase il Kuwait per ottenere il controllo delle sue risorse petrolifere, oltre che uno sbocco sul Golfo Persico. Nel gennaio 1991 le Nazioni Unite autorizzarono quindi l’operazione Desert Storm, che vide coinvolte le forze NATO. Nonostante evidenti lacune nella documentazione, pareri controversi, continue accuse e smentite, è stato ipotizzato che tutti i protagonisti del conflitto abbiano fatto ampio uso delle armi all’uranio impoverito nel corso delle azioni militari16.

16 La guerra del Golfo e la sindrome del Golfo (GWS), http://www.uranioimpoverito.it/golfwar.htm, p.1.

In particolare, nel 1999 fu stimato che gli Stati Uniti e le truppe alleate avessero disseminato circa 315 tonnellate di uranio impoverito durante la guerra del Golfo. La NATO inoltre non avrebbe comunicato alle truppe di terra i potenziali rischi di questo metallo radioattivo, né divulgato informazioni sulle misure di sicurezza necessarie per difendersi dai suoi effetti17. Di conseguenza, varie associazioni di veterani statunitensi ed altri gruppi di interesse si chiedono oggi se esista un legame diretto fra la contaminazione da uranio impoverito e la cosiddetta "sindrome del Golfo", che interesserebbe più di 100.000 fra soldati statunitensi e altri membri delle forze militari alleate18.

17 Roger Smith/Brice Friedman, Depleted Uranium Weaponry: Background, 6 April 1999, http://www.fas.org/…od-101/ops/docs99/990406-kosovo-du.htm, p.1. Roger Smith è il coordinatore dell’Organizzazione Non Governativa "Committee on Disarmament", una coalizione che facilita ai cittadini l’accesso alle attività ONU relative al disarmo.
18 Roger Smith/Brice Friedman, Depleted Uranium Weaponry, p.1.

Nel maggio 2000, alla Conferenza degli Stati membri del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT), l’Iraq accusò Stati Uniti e Gran Bretagna di aver usato l’uranio esaurito nel corso dell’operazione Desert Storm, provocando un aumento di casi di cancro, soprattutto fra i bambini. Lo stato iracheno chiese quindi la messa al bando delle armi al Depleted Uranium e si appellò alla Conferenza, affinché questa adottasse misure concrete per ridurre gli effetti della contaminazione e riconoscesse all’Iraq il diritto di esigere riparazioni per l’uso ingiustificato di "armi di distruzione di massa"19.

19 Press Release DC/2702, Iraq charges United States, United Kingdom with use of Depleted Uranium in 1991 Gulf War; also in ‘aggression’ against Yugoslavia, 1 May 2000. Il comunicato stampo è disponibile sul sito http://www.un.org.

Coerentemente con quest’impostazione, sia l’Iraq sia il Kuwait richiesero quindi un’indagine indipendente per chiarire i potenziali effetti delle armi all’uranio esaurito sul personale militare e sui civili. In particolare, lo stato iracheno si rivolse al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, mentre il Kuwait si appellò all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA)20.

20 Paul Brown, Iraq seeks Gulf war uranium check, in The Guardian (London), 30 aprile 2001, p.13.

A conferma dei timori dell’Iraq e del Kuwait, da alcune ricerche compiute tra il 1991 e il 1997 dal Prof. Dr. Siegwart-Horst Guenther nello stato iracheno, emergerebbe che il contatto con proiettili all’uranio esaurito avrebbe determinato un sospetto aumento di patologie fra la popolazione irachena, tra cui leucemia ed altri tumori maligni, malattie congenite provocate da difetti genetici — come la malformazione o la mancanza di occhi ed orecchie — herpes, disfunzioni del fegato e dei reni. Il Prof. Dr.Guenther avrebbe peraltro rilevato una singolare analogia fra le deformazioni ereditarie riscontrate nei figli dei soldati americani e britannici e nei bambini iracheni, soprattutto nelle regioni meridionali dell’Iraq21.

21 Siegwart-Horst Guenther, Come i residui dei proiettili all’uranio impoverito stanno avvelenando l’Iraq, il Kuwait e l’Arabia Saudita, http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/effetti/guenther.shtml, p.1.

La pericolosità del DU fu ribadita nel corso di un congresso scientifico, svoltosi nel dicembre 1998 con il patrocinio dell’Iraq. In questa circostanza medici e scienziati iracheni esposero le loro tesi sulle conseguenze dell’uso di uranio impoverito durante la guerra del Golfo22. Alcuni interventi illustrarono come dall’inizio delle azioni militari si fossero registrati livelli di radioattività superiori al normale nelle zone meridionali dell’Iraq, e le deformazioni congenite nei bambini, riscontrate soprattutto nei pressi della città di Bassora, fossero addirittura triplicate. Un portavoce del Dipartimento della Difesa statunitense, tuttavia, avrebbe smentito i dati diffusi dagli esperti23.

22 Epidemia di tumori maligni in Iraq, http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/effetti/iraq.shtml, p.2.
23
Epidemia, ibidem.

Le divergenze che si registrano nelle tesi avanzate da scienziati, politici, giornalisti e rappresentanti di gruppi d’interesse sembrano, in effetti, confermare le difficoltà oggettive che si riscontrano nel tentativo di dimostrare gli effetti tossici degli ossidi di uranio. Probabilmente le conseguenze potrebbero risultare meno gravi nel caso dei militari che hanno inalato uranio impoverito in maniera limitata, ma non è possibile escludere rischi maggiori per la popolazione locale. Anni o addirittura decenni di esposizione all’uranio esaurito, ma anche la penetrazione di schegge o particelle di DU nel corpo umano attraverso ferite potrebbero far registrare patologie ben più serie. E l’embargo tuttora imposto ai civili iracheni, che impedisce loro di accedere a medicinali e apparecchiature adeguate, aumenta sicuramente le probabilità che eventuali sintomi da contaminazione degenerino in danni irreversibili.

 

La situazione nei Balcani

 

Fra l’agosto e il settembre 1994 aerei A-10 della NATO bombardarono la Bosnia con proiettili all’uranio impoverito24; quindi esattamente un anno dopo le forze alleate tornarono a colpire la Repubblica bosniaca con missili Tomahawk e circa 10.000 munizioni all’uranio impoverito. Le zone maggiormente danneggiate risulterebbero quelle intorno a Sarajevo e nella Bosnia centrale e centro-meridionale25. Lo stesso Dipartimento della Difesa statunitense avrebbe riconosciuto in diverse occasioni le responsabilità della NATO in relazione all’uso di armi al Depleted uranium nel corso dei bombardamenti sulla Bosnia nel 199526. Inoltre anche un comunicato ufficiale dell’epoca, l’Allied Forces Southern Europe Fact sheet, fornisce una stima delle munizioni all’uranio impoverito impiegate nel corso dell’operazione Deliberate Force, fra il 29 agosto e il 14 settembre 199527.

24 PeaceLink (a cura di), Cronologia, p.2.
25 Informazioni generali,
http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/effetti/bastic.shtml, p.3.
26 M. Cristaldi, A. Di Fazio, C.Poma, A.Tarozzi, M.Zucchetti, Alcune tesi, p.5.
27 L’Allied Forces Southern Europe Fact Sheet è consultabile all’indirizzo http://www.afsouth.nato.int/FACTSHEETS/DeliberateForceFactSheet.htm.

Riguardo agli effetti di tali bombardamenti, una giornalista bosniaca intrattenutasi a lungo nelle aree sottoposte agli attacchi NATO, Jasna Bastic, rivelò particolari inquietanti. La giornalista riferì, infatti, di un preoccupante aumento di casi di tumori ed altre patologie registrato nei cinque anni trascorsi dall’inizio delle azioni militari. Nella sola città bosniaca di Doboj, ad esempio, la percentuale di cancro e di problemi all’apparato respiratorio sarebbe risultata ben 2.5 volte maggiore rispetto a prima degli attacchi28. E non molto diversa sarebbe apparsa la situazione a Kalinovik, dove soprattutto i tumori ai polmoni sarebbero aumentati notevolmente in seguito alla guerra29. Come giustamente denunciato da Jasna Bastic30, uno dei problemi più urgenti riguarda ora il fatto che le autorità sanitarie bosniache non dispongano di adeguate attrezzature per rilevare la presenza di uranio nella popolazione civile e quindi riescano a stento a curare le persone che presenterebbero i tipici sintomi da contaminazione o avvelenamento.

28 Informazioni, p.4.
29
Informazioni, ibidem.
30
Informazioni, ibidem.

Nel periodo compreso fra marzo e giugno 1999 la NATO ricorse nuovamente ai proiettili al Depleted uranium nei bombardamenti contro il Kosovo e la Iugoslavia, e nel febbraio 2000 le forze alleate ammisero pubblicamente l’utilizzo di queste munizioni nel corso dell’operazione Allied Force. Il Segretario Generale della NATO, Lord Robertson, comunicò, infatti, i relativi dati in una lettera indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan31. Secondo quanto riportato nella lettera, la NATO avrebbe sparato circa 31.000 munizioni all’uranio impoverito nel corso di quasi 100 missioni32. Queste informazioni furono quindi esaminate da un gruppo di scienziati istituito nel 1999 all’interno del United Nations Environment Programme (UNEP) allo scopo di analizzare le conseguenze ambientali della guerra del Kosovo. Il gruppo, del quale facevano parte esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, concluse tuttavia che i nuovi dati non fossero sufficienti per formulare una valutazione scientifica attendibile in relazione all’impatto dell’uranio impoverito sull’ambiente e sulla popolazione kosovara. Ad ogni modo, gli esperti suggerirono che fossero adottate apposite misure per impedire alle autorità locali e ai civili l’accesso ai luoghi a rischio contaminazione33.

31 UN Press Release HAB/163 — UNEP/67, Nato confirms to United Nations use of depleted uranium during Kosovo conflict, 22 marzo 2000, consultabile sul sito: http://www.un.org/News/Press/docs/2000/20000322hab163.doc.html, p.1
32 UN Press Release HAB/163-UNEP/67, Nato confirms to United Nations, ibidem.
33 UN Press Release HAB/163-UNEP/67, Nato confirms to United Nations, ibidem.

Successivamente, al fine di approfondire sul campo gli effetti provocati in Kosovo dall’impiego del pericoloso agente chimico, alcune agenzie ONU istituirono un team di 14 scienziati, che nel novembre 2000 condusse un’inchiesta in undici dei centododici siti - fra cui cinque nel settore italiano e sei in quello tedesco - nei quali la NATO aveva dichiarato di aver sparato munizioni all’uranio spento34. Lo studio fu effettuato in collaborazione con la missione ONU per il Kosovo (UNMIK) e le forze NATO in Kosovo (KFOR), che fornirono il loro contributo soprattutto in campo logistico. Occorre menzionare, però, che il lavoro fu in parte ostacolato dalla presenza di mine e bombe a grappolo sul territorio. Nel corso del sopralluogo gli scienziati raccolsero campioni di acqua, suolo, vegetazione, edifici, veicoli militari distrutti e penetratori. In tre siti prelevarono anche latte direttamente dalle mucche. Tutti questi campioni furono quindi analizzati in cinque laboratori differenti, fra cui lo Swedish Radiation Protection Institute (SSI) di Stoccolma, l’AC Laboratorium-Spiez svizzero e il Bristol University’s Department of Earth Sciences inglese. Gli esperti esaminarono sette involucri e sette penetratori all’uranio impoverito, registrando un aumento del livello di radiazioni beta in otto siti. Il suolo sotto i penetratori, tuttavia, risultò solo lievemente contaminato. Di conseguenza, il team concluse che nelle aree considerate i rischi chimici e radiologici fossero minimi, pur sottolineando la necessità di effettuare ulteriori indagini per approfondire punti controversi, quali ad esempio la sicurezza delle falde acquifere. In particolare, gli scienziati raccomandarono di estendere le ricerche a tutti i siti contaminati dall’uranio impoverito in Kosovo, effettuare la decontaminazione delle zone interessate dalla presenza di radioattività e comunicare alla popolazione civile eventuali rischi rilevati. I risultati di questo studio sono quindi apparsi recentemente nel rapporto dell’UNEP del marzo 200135.

34 UNEP Press Release, United Nations Environment Programme recommends precautionary action regarding depleted uranium in Kosovo, Geneva, 13 March 2001, pp.1-3.
35 UNEP, Depleted Uranium in Kosovo — Post-Conflict Environmental Assessment, marzo 2001, reperibile al sito: http://balkans.unep.ch/du/reports/report.html.

Il Prof. Massimo Zucchetti36, membro del Comitato "Scienziate e scienziati contro la guerra", tuttavia, ha affermato che nelle ricerche dell’UNEP non sarebbero stati usati appositi bioaccumulatori, mediante i quali sarebbe possibile rilevare la presenza dell’uranio impoverito anche a distanza di molto tempo dai bombardamenti. Inoltre, il fatto che le ricerche si siano concentrate esclusivamente su undici dei centododici siti indicati, e che si siano trascurate le indagini compiute da esperti iugoslavi immediatamente dopo i bombardamenti — in base alle quali sarebbero stati riscontrati in Kosovo livelli eccessivi del pericoloso metallo — farebbe sorgere, secondo lo studioso, dubbi sulla sistematicità e completezza dell’analisi37. In particolare, lo studio compiuto esclusivamente negli undici siti non sarebbe attendibile, date le caratteristiche "a spot" della contaminazione da uranio impoverito, in grado di polverizzarsi e diffondersi nell’aria38.

36 Massimo Zucchetti è professore associato di energetica presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino.
37 Massimo Zucchetti, Stima dei danni radiologici da Uranio Impoverito alla popolazione nei Balcani, Rev.1-9 aprile 2001,
http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/documenti/stima_danni.html, p.10.
38 Massimo Zucchetti, Stima, p.13.

Per quanto riguarda l’Italia, il 19 marzo 2001 la Commissione di indagine sull’uranio impoverito, nominata il 22 dicembre 2000 con Decreto Ministeriale della Difesa e presieduta dal prof. Franco Mandelli39, emise una relazione preliminare sull’incidenza di tumori maligni tra i militari italiani impegnati anche in una sola missione in Bosnia e/o Kosovo tra il dicembre 1995 e il gennaio 200140. Lo studiò riguardò le seguenti patologie: Linfoma di Hodgkin (LH), Linfoma non Hodgkin (LNH), Leucemia Linfatica Acuta (LLA), malattie emolinfoproliferative, tumori solidi e altri tumori maligni41. Come già fatto notare dal prof. Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino, l’indagine si concentrò essenzialmente su un unico aspetto della questione, quello della maggior incidenza rispetto al normale di leucemie e altre malattie ricollegabili alla cosiddetta "sindrome dei Balcani" fra i militari italiani impegnati nella regione42. Di conseguenza, l’esiguo numero di casi analizzati non consentirebbe secondo lo studioso di fare piena luce sui possibili legami fra l’esposizione dei militari alle radiazioni e certe forme tumorali riscontrate. E in effetti, la stessa relazione fa intendere che occorrerà comunque un monitoraggio protratto nel tempo, sia per esaminare eventuali nuovi casi sia per estendere i controlli ad altre popolazioni a rischio43.

39 Il prof. Franco Mandelli è titolare della Sezione di Ematologia, Dipartimento di Biopatologia Umana presso l’Università "La Sapienza" di Roma.
40
Relazione preliminare della commissione istituita dal ministro della difesa sull’incidenza di neoplasie maligne tra i militari impiegati in Bosnia e in Kossovo, 19 marzo 2001, disponibile al sito: http://www.uranioimpoverito.it/documenti/relazione%20mandelli.pdf.
41
Relazione preliminare, p.2.
42 Massimo Zucchetti, Stima, p.11.
43
Relazione preliminare, p.1.

Altro punto significativo è che, pur negando l’esistenza di un nesso causale fra la patologia di Hodgkin - un tumore maligno del tessuto linfatico, presente soprattutto nei linfonodi e nella milza - e l’esposizione interna da uranio impoverito, la relazione suggerisce comunque di "…seguire nel tempo l’eventuale evoluzione della banca dati". A questo proposito, il rapporto menziona anche un importante studio dell’UNSCEAR (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation) del 1994, che riferisce di alcuni casi in eccesso di linfoma di Hodgkin, sebbene in presenza di un’incidenza di tumori alle ossa e ai polmoni inferiore a quella attesa, rilevata fra il personale addetto alla lavorazione del minerale uranifero, e dunque esposto a polveri contenenti isotopi dell’uranio44.

44 Relazione preliminare, p.12.

In base alle conclusioni della Commissione il numero di casi accertati di neoplasie maligne risulta inferiore a quello atteso45. Ciò potrebbe dipendere, come già evidenziato, dal fatto di aver incluso nella statistica anche militari impegnati nei Balcani per periodi talmente brevi da farne escludere qualsiasi esposizione significativa all’uranio impoverito. Potrebbe comunque risultare di grande utilità la proposta avanzata dalla Commissione, secondo cui i Paesi NATO impegnati nei Balcani potrebbero elaborare criteri uniformi per stimare l’incidenza di tumori nei soldati dei rispettivi paesi. I diversi studi realizzati dovrebbero successivamente essere messi a confronto per trarne una valutazione globale46.

45 Relazione preliminare, p.15.
46
Relazione preliminare, p.16.

Per completare il quadro, occorre menzionare infine che, secondo quanto riferito dal gruppo di esperti istituito all’interno dell’UNEP nel 1999, il conflitto del Kosovo non avrebbe provocato una catastrofe ambientale nei Balcani, ma la contaminazione registrata in quattro siti della Serbia sarebbe consistente e rappresenterebbe una grave minaccia per la salute pubblica47.Ciò troverebbe riscontro nel fatto che a Pancevo, bombardata dalla NATO nel 1999, le morti per tumore o leucemie sarebbero notevolmente aumentate dall’inizio della guerra48.

47 UN Press Release HAB/163 — UNEP/67, Nato confirms to United Nations, p.2.
48 Giuseppe Zaccaria (inviato a Pancevo), L’uranio delle bombe che uccide. Il dramma dei Serbi a Pancevo:10 mila tumori, in La Stampa, 21 dicembre 2000,
www.peacelink.org/tematiche/disarmo/u238/effetti/zaccaria.shtml, p.1.

 

L’aspetto giuridico

 

Un aspetto molto importante della questione "uranio impoverito" è quello relativo alle disposizioni di legge emanate fin qui da diversi paesi e organizzazioni internazionali allo scopo di limitare un uso irresponsabile e incondizionato delle armi al DU. .

A livello internazionale, è fondamentale ricordare, ad esempio, che il problema della limitazione degli armamenti al Depleted Uranium fu affrontato in sede ONU dalla Sottocommissione per la Prevenzione delle Discriminazioni e per la Protezione delle Minoranze, che il 30 agosto 1996 adottò una risoluzione molto significativa in cui sollecitava "… tutti gli Stati a ispirare le loro politiche nazionali alla necessità di contenere la produzione e la diffusione di armi per la distruzione di massa o a effetto indiscriminato, in particolare armi nucleari, armi chimiche, ordigni combustibile-aria, napalm, bombe a frammentazione, armamenti biologici e contenenti uranio impoverito;"49.

49 La traduzione italiana del testo della risoluzione 1996/16 della Sottocommissione è disponibile sul sito: http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/leggi/internaz/du_1996_ita_shtml.

L’impiego di armi al DU fu oggetto inoltre di una risoluzione comune adottata dal Parlamento europeo il 17 gennaio 2001. In quest’occasione il Parlamento chiese agli Stati membri della NATO una moratoria sull’utilizzo di questi armamenti, e pur affermando la difficoltà di stabilire un nesso di causa-effetto fra l’uso del metallo e la manifestazione di tumori fra i soldati presenti in Bosnia nel 1995 e in Kosovo nel 1999, esortò l’Alto rappresentante per la PESC (Politica estera e di sicurezza comune) e la Presidenza del Consiglio a far luce sulla "sindrome dei Balcani"50.

50 Parlamento europeo, Moratoria sull’impiego di munizioni all’uranio impoverito, http://www.peacelink.org/tematiche/disarmo/leggiinternaz/du_eu.shtml, p.1.

Per quanto riguarda la legislazione italiana, invece, il già citato studio del "Comitato Scienziate e scienziati contro la guerra" menziona il Decreto Legge del 17 marzo 1995, n.230, che classifica l’uranio impoverito come nuclide radioattivo, pur se "a debole radiotossicità", e prescrive esplicitamente che la quantità dell’isotopo U-238 sia contenuta entro determinati livelli51.

51 M. Cristaldi, A. Di Fazio, C.Poma, A.Tarozzi, M.Zucchetti, Alcune tesi, p.6.

D’altro canto, la legge statunitense risulta particolarmente severa, come dimostra il fatto che nel febbraio 1980, nello stato di New York, la National Lead Industries, produttrice di munizioni e contrappesi all’uranio impoverito, venne chiusa per aver superato i limiti di emissione di radiazioni ammessi negli Stati Uniti, provocando un’eccessiva contaminazione dell’aria52.

52 M. Cristaldi, A. Di Fazio, C.Poma, A.Tarozzi, M.Zucchetti, Alcune tesi, ibidem.

Sono questi segnali positivi che si registrano a livello legislativo, ma che a mio avviso non sono di per se stessi sufficienti ad impedire che compagnie private e multinazionali continuino a fabbricare armi di distruzione di massa, o che alcuni governi ne autorizzino indiscriminatamente l’uso.

 

Conclusioni

 

Da quanto detto fin qui, risulta impossibile ammettere l’esistenza di una correlazione diretta fra l’esposizione alle radiazioni da uranio impoverito e il manifestarsi di patologie tumorali nel personale militare come nei civili presenti nelle zone a rischio. Ritengo, tuttavia, importante ribadire che l’uranio impoverito ha una rilevanza sanitaria non trascurabile nel caso di esposizione interna, attraverso l’ingestione, l’inalazione o l’incorporazione attraverso ferite.

Di conseguenza, i rischi derivanti dal DU andrebbero a mio avviso messi maggiormente in evidenza attraverso un’imponente e massiccia campagna di sensibilizzazione pubblica, rivolta soprattutto alle popolazioni, ai soldati e al personale a rischio. Non è possibile ignorare, infatti, che molti bambini potrebbero aver giocato intorno ai carri armati contaminati ed essere venuti a contatto con pezzi di munizioni esplose. Molti civili locali potrebbero inoltre aver pensato di vendere l’uranio impoverito come ferro o di usarlo come metallo per attrezzi da lavoro. Tutto questo fa apparire ancora più pericolose le affermazioni di un personaggio pubblico, che nel maggio 1999 avrebbe dichiarato che le armi al Depleted Uranium "non comportano alcun rischio" e che il loro livello di radioattività "non è superiore a quello di un orologio"53.

53 PeaceLink (a cura di), Cronologia, p.3.

Per contenere i danni provocati dall’impiego di uranio esaurito occorrerebbe peraltro uno sforzo di maggior chiarezza e trasparenza da parte di tutte le istituzioni coinvolte. E’ pertanto inammissibile, ad esempio, che solo nel dicembre 2000, ben cinque anni dopo lo scoppio del conflitto, la NATO abbia confermato al Ministero della Difesa italiano che circa 10.000 proiettili all’uranio impoverito fossero stati sparati in Bosnia fra il 1994 e il 199554.

54 PeaceLink (a cura di), Cronologia, p.4.

Un ultimo aspetto riguarda il fatto che l’attenzione sulla pericolosità dell’uranio impoverito si sia destata in Italia solo in seguito alla morte di alcuni militari italiani, e che la situazione dei civili in Iraq e nei Balcani sia passata in secondo piano. La commissione Mandelli fu istituita proprio in seguito alla scoperta di 18 casi sospetti di leucemia, di cui otto relativi a militari italiani presenti nelle missioni internazionali nei Balcani e già deceduti, e dieci soldati che all’epoca risultavano malati55. Anche solo un semplice sospetto relativo al fatto che l’esposizione interna da uranio impoverito possa in certe circostanze provocare la morte differita nel tempo di persone non più esposte direttamente alle radiazioni e in grado di usufruire di attrezzature sofisticate per curarsi, dovrebbe far riflettere secondo me sullo stato dei civili che, nei Balcani come in Iraq, continuano probabilmente a vivere in un ambiente contaminato. Pertanto, è assolutamente indispensabile che tutti quei gruppi nel mondo, che sono consapevoli del pericolo rappresentato dalle radiazioni chiedano la messa al bando della produzione e sperimentazione, del trasporto, possesso ed uso del Depleted Uranium per scopi militari, nonché la decontaminazione di tutte le aree inquinate dalle scorie nucleari.

55 La Repubblica, La commissione Mandelli al lavoro su 18 casi sospetti, www.repubblica.it/online/mondo/uraniodue/commissione/commissione.html, p.1.