LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO MINORILE:

LA SITUZIONE ASIATICA.

 

di Francesca Quartieri, Volontaria UNIC.

 

 

 

 

  - Introduzione
  - Uno Sguardo d’Insieme di Tale Fenomeno
  - La Situazione Asiatica
  - Il Contributo Internazionale nella Lotta al Lavoro Minorile
  - Bibliografia

 

   
 

 

Lavorare 9-10 ore al giorno per fabbricare palloni di cuoio in Pakistan o nei laboratori tessili dell’India, nelle miniere del Perù o nei campi di caffè in Tanzania, privi di ogni diritto per la salvaguardia della loro infanzia, è la realtà della vita quotidiana per oltre 250 milioni di bambini in ogni parte del mondo.

Nel seguente lavoro si cercherà di analizzare tale fenomeno ponendo una particolare attenzione alla situazione asiatica in quanto, proprio in tale continente, si concentra il 61% dei casi di sfruttamento del lavoro minorile.

Bisogna puntualizzare che, in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia del 1989, viene definito “child” (bambino) ogni individuo di età inferiore ai 18 anni e “work” (lavoro) ogni attività economica sia retribuita che non retribuita.

[i]

 

 

Uno Sguardo d’Insieme di Tale Fenomeno.

 

Dare delle stime precise del lavoro minorile nel mondo è un tentativo di difficile realizzazione in quanto una delle prime caratteristiche di questo fenomeno è la sua latenza, il suo esistere  all’ombra delle leggi contro tale sfruttamento, concretizzandosi, soprattutto, nel campo del lavoro in nero nel quale l’operato dei bambini ha un costo inferiore e permette un consequenziale aumento dei profitti.

In base ai dati forniti dall’ International Labour Office (ILO), circa 250 milioni di bambini nel mondo di età compresa tra i 5 e i 14 anni sono vittime di tale fenomeno: 120 milioni sono occupati in attività a tempo pieno, mentre 130 milioni solo per una parte della giornata.

Il 61% di queste tristi vittime vive in Asia (153 milioni), il 32% in Africa (80 milioni) e il 7% in America Latina (17 milioni).

Notevoli sono le cause del lavoro minorile e tra queste emerge la povertà. Le testimonianze raccolte dall’UNICEF evidenziano come i bambini sfruttati provengano sempre da famiglie disagiate economicamente e, di conseguenza, più vulnerabili. La morte o la malattia di un genitore o il riscatto da un debito sono spesso all’origine di tale fenomeno in quanto per le famiglie in uno stato di grave povertà l’avere un bambino che lavora può essere spesso l’unica risorsa per sopravvivere. Il lavoro minorile, però, può essere sia la causa che la conseguenza della povertà in quanto la povertà accresce il lavoro minorile e il lavoro minorile perpetua lo stato di povertà.

I datori di lavoro in molti casi preferiscono i bambini in quanto percepiscono paghe più basse, non hanno diritto ai contributi, sono facili vittime di quei soprusi che gli adulti non tollererebbero facilmente e, in fine, non sono consapevoli dei loro diritti e, quindi, non sono in grado di organizzarsi da un punto di vista sindacale.

Un altro fattore che può causare lo sfruttamento del lavoro minorile è un livello eccessivamente basso dei salari. Questo è il caso del Pakistan, produttore dell’80% dei palloni di cuoio utilizzati nel mondo. In una giornata un lavoratore è in grado di cucire in media tre palloni  da calcio che vengono pagati non più di mezzo dollaro l’uno. Le famiglie pakistane sono in media composte da 7 membri e, di conseguenza, una retribuzione così esigua costringe almeno due figli a svolgere tale attività.

Inoltre, persistenti diversità sociali giustificate dalla tradizione aggravano ancor di più la situazione di molti bambini in numerose parti del mondo. Il caso più allarmante è quello dell’India in cui, in nome di antiche caste, 10 milioni di bambini appartenenti allo strato sociale più basso, gli “intoccabili”, sono piccoli schiavi impiegati nei lavori domestici.

Infine, la discriminazione di “genere” colpisce le bambine, che, a parità di età e di provenienza sociale, sono le più penalizzate ed il fatto che in tutto il mondo in via di sviluppo il tasso  di analfabetismo femminile sia superiore a quello maschile è una prova lampante di tale tendenza.

L’UNICEF denuncia la politica di molti leader del Sud del Mondo che, in nome di un’economia basata su una forte concorrenza, sono pronti a sacrificare l’infanzia dei loro bambini non facendo rispettare le leggi contro il lavoro minorile.

A questo proposito è importante riflettere su quanto affermato dal sociologo pakistano Nazar Ali Sohall: “Più una popolazione è povera, più ha tendenza ad avere molti figli che possono contribuire a mantenere le famiglie. Più una popolazione è povera, più è analfabeta, in quanto i bambini, costretti a lavorare, non vanno a scuola. E più una popolazione è analfabeta, più rimane nel sottosviluppo e nella povertà.

Tali parole spiegano chiaramente il circolo vizioso che si viene a creare e l’inutilità di un apparente guadagno momentaneo al fine di un reale sviluppo di una qualsiasi società.

 

 

 

La Situazione Asiatica.

 

In base a ricerche svolte dall’ILO, alcuni esperti sostengono che il lavoro minorile sia un fenomeno che sta iniziando ad arginarsi grazie a vari fattori quali delle entrate pro capita maggiori, l’aumento del tasso di alfabetismo e la diminuzione del numero dei componenti della famiglia media. Comunque, nella maggior parte dei paesi asiatici, in particolar modo nell’ Asia meridionale, tale problema è di notevole entità e non vi sono segnali di miglioramento a causa di un alto livello della povertà, della debolezza del sistema scolastico e di abitudini e tradizioni sociali difficili da superare.

Per avere un quadro più chiaro del livello di sfruttamento minorile, sono utili i dati forniti dall’ILO sulla percentuale di bambini economicamente attivi d’età compresa tra i 10 e i 14 anni in dodici paesi selezionati [ii] :

 

·        Buthan                  55.10%

·        Nepal                              45.18%

·        Bangladesh           30.12%

·        Pakistan                17.67%

·        Thailandia             16.22%

·        India                      14.37%

·        Cina                       11.55%

·        Indonesia                 9.35%

·        Vietnam                    9.12%

·        Filippine                   8.04%

·        Malesia                     3.16%

·        Giappone                 0.00%

 

 

Anche se la maggior parte dei bambini che lavorano in Asia  sono impegnati in attività agricole, le tipologie di lavori che essi devono compiere sono di genere molto diverso: inservienti in Nepal, impiegati nelle officine tessili in Bangladesh, produttori di tappeti in India, sfruttati nel commercio del sesso in Thailandia o lavoratori nell’industria ittica in Indonesia.

 

In Asia, come in altre regioni in via di sviluppo, i bambini spesso lavorano all’interno della propria famiglia impiegati nelle attività agricole, nella produzioni di oggetti di vario genere e, spesso, sono i responsabili dell’approvvigionamento dell’acqua. Questo tipo di occupazione può essere considerato come una fase importante nel processo di socializzazione e di trasmissione delle conoscenze da padre a figlio. Sicuramente anche tale tipologia di lavoro ha delle conseguenze sulla vita del bambino, sulla sua salute e sul tempo che può dedicare allo studio, ma ciò a cui ci si riferisce quando si parla di lavoro minorile è quell’attività che occupa la maggior parte della giornata per paghe molto basse, che si svolge in ambienti nocivi alla salute e alla psiche del bambino e che, di conseguenza, elimina ogni possibilità di godere della propria infanzia.

Sebbene tale profilo del bambino-lavoratore [iii] persista in molte regioni, cambiamenti strutturali nelle attività svolte si sono riscontrate in quei paesi investiti da rapide riforme economiche. Ricerche svolte in Asia meridionale dimostrano che il processo di modernizzazione ed i tentativi di integrazione economica possono essere la causa  della povertà nelle aree rurali, di fenomeni di migrazioni verso le aree urbane, di forti disuguaglianze fra le varie regioni e di una diminuzione delle risorse disponibili per ogni  singola famiglia. I bambini vengono in questa realtà impiegati nelle fabbriche dove lavorano in un ambiente altamente pericoloso per il loro sviluppo fisico e mentale. Il caso dell’Indonesia [iv] testimonia come la diminuzione dell’impiego dei bambini nelle campagne sia seguito da un aumento del loro sfruttamento nell’industria manifatturiera dove sono sottoposti ad orari di lavoro estenuanti ed inflessibili che privano il bambino della possibilità di frequentare la scuola. I casi di bambini che lavorano 24 ore alla settimana è notevolmente diminuito a favore di una tendenza che vede l’aumento di bambini impiegati 44 ore la settimana.

Una situazione simile è riscontrabile anche in Thailandia [v] dove le condizioni di lavoro in cui vivono i bambini impiegati nelle piccole imprese sono molto preoccupanti in quanto essi vengono spesso costretti a lavorare 12 ore al giorno.

 

La maggior parte delle attività svolte dai bambini sono riconducibili a quella categoria costituita da “lavori pericolosi” (hazardous work) per la loro salute fisica e psichica  analizzata nelle Convenzioni dell’ILO No 138 e 182.

Uno studio dell’ILO condotto in Bangladesh [vi] dimostra che oltre 40 diverse attività svolte dai bambini sono riconducibili alla tipologia di “lavori pericolosi”. Situazione allarmante è anche quella in cui versano il 60% dei bambini delle Filippine [vii] in quanto le loro condizioni di lavoro sono la causa di gravi malattie.

I corpi dei bambini, dovendosi ancora sviluppare, sono spesso danneggiati molto più gravemente rispetto a quelli degli adulti che compiono le stesse attività come nel caso del trasporto di materiali molto pesanti. Da un altro punto di vista, inoltre, le bambine sono ancora più vulnerabili in quanto facili vittime di abusi sessuali che possono avere come ripercussione un rifiuto nei loro confronti da parte della  società oltre che gravidanze non desiderate.

 

Nel momento in cui i bambini si trovano costretti a lavorare lontani da casa sono maggiormente vulnerabili e in balia dei loro sfruttatori. Le seguenti tipologie di lavoro sono altamente pericolose per la vita del bambino:

 

·         Lavoro domestico. Tale pratica è da sempre largamente diffusa in Asia e si è notevolmente sviluppata negli ultimi anni a causa delle crescenti differenze economiche tra la popolazione e dell’aumento della povertà nelle aree rurali. I bambini impiegati in servizi domestici, in prevalenza di sesso femminile, si occupano principalmente della cucina, della pulizia della casa e della cura dei figli dei datori di lavoro. Tale categoria di piccole lavoratrici è la più difficile da proteggere poichè, chiuse all’interno delle mura domestiche, sono facili vittime di abusi fisici, in quanto, spesso, l’atto sessuale viene considerato dai loro “padroni” come parte integrante dei  doveri delle bambine.

·        Lavoro forzato. In molte regioni dell’Asia i bambini sono sottoposti a uno stato di schiavitù. In base alla Convenzione sul Lavoro Forzato del 1930 (No 29) “per lavoro forzato si intende ogni tipo di lavoro o attività svolti sotto la minaccia di qualcuno e che non si sia deliberatamente deciso di compiere.”  A causa dei debiti contratti dai genitori, 15 milioni di bambini in India sono costretti a lavorare e lo stesso accade in Nepal e in Pakistan. I bambini vengono affidati alle persone presso le quali deve essere espiato il debito “offrendo” il loro lavoro come garanzia per il pagamento. Generalmente, però, esso non è sufficiente per riscattare il debito e, di conseguenza, il bambino-schiavo rimane vincolato per un tempo indeterminato perdendo la sua libertà, la possibilità di andare a scuola e di vivere la propria infanzia.

·        Commercio sessuale dei bambini. I bambini sono le facili vittime di tale commercio proprio per la loro semplicità di scambio e per il loro valore monetario.Spesso esso è collegato al turismo e alla conseguente valuta estera che entra nel paese. In base al Rapporto UNICEF sullo Sfruttamento Sessuale dei Bambini del 2001, un esempio di tale relazione si è avuta in Thailandia dove i guadagni ricavati dalla prostituzione sono passati a rappresentare dal 10% del 1993 al 14% del 1995 del prodotto interno lordo. Tali dati diventano ancora più allarmanti se si considera che in Thailandia un terzo delle donne coinvolte nella prostituzione sono minorenni. Generalmente i bambini vittime di tale commercio sono venduti dalle proprie famiglie in cambio di un misero guadagno o della falsa promessa di una buona opportunità di lavoro. Tale piaga non esiste solamente in Thailandia, ma anche in molte altre regioni asiatiche: in Cambogia il 31% delle prostitute ha un’età compresa tra i 12 e i 17 anni; in India vi sono 400.000/500.000 prostitute/bambine; a Myanmar e in Nepal le bambine sono costrette a prostituirsi per pagare i debiti contratti dai loro genitori; nelle Filippine si calcola che i turisti e i soldati delle basi militari americane costituiscano il 40% degli sfruttatori sessuali.

Ad aggravare la situazione in Cambogia, come in altri paesi dell’Asia come l’India, giovani prostitute vengono “vendute” con la convinzione che avere rapporti sessuali con una bambina possa portare fortuna o, cosa più agghiacciante, possa aiutare a prevenire o guarire il virus dell’AIDS. Per questi motivi le bambine producono per i loro protettori un altissimo guadagno durante le prime settimane di “lavoro”.

La salute di tali prostitute è in costante rischio e allarmanti sono i dati dall’UNICEF del dicembre 2001 in base ai quali il 42,6% di esse sono sieropositive.

·        Il traffico di bambini. Il fenomeno del traffico di esseri umani è strettamente connesso con quello della schiavitù. Infatti per “traffico” si intende il movimento di persone effettuato tramite la minaccia e la violenza con lo scopo di introdurle in sistemi di servitù simili alla schiavitù o nel mondo della prostituzione [viii] . The Report on Human Trafficking  pubblicato nell’aprile 2000 dal Governo degli Stati Uniti stima che ogni anno dai 700.000 ai due milioni di donne e bambini vengono “trafficate” nelle zone di confine.

In base alle ricerche condotte dall’ILO sono in costante aumento i bambini “prelevati” dalla Cambogia, dalla Cina, dal Laos, da Myanmar e dal Vietnam e costretti a lavorare nelle case di piacere della Thailandia. Migliaia di bambine nepalesi vengono ogni anno vendute nei bordelli di Bombay, Calcutta e Delhi.

 

 

Il Contributo Internazionale nella Lotta al Lavoro Minorile.

 

L’ILO (International Labour Office) ha un ruolo di primo piano nella lotta al lavoro minorile e, infatti, fin dalla sua fondazione nel 1919,  ha formulato dei trattati internazionali multilaterali per regolamentare la partecipazione dei minori al mondo del lavoro.

Un importante passo in tale difficile lotta è il suo Programma Internazionale per l’Eliminazione del Lavoro Minorile (International Programme on the Elimination of Child LabourIPEC) nato nel 1991 con l’obbiettivo di cancellare tale terribile piaga mondiale attraverso l’aumento delle capacità di ogni paese. Le priorità dei suoi interventi sono indirizzati a combattere le forme più gravi di sfruttamento ai danni dei bambini e in particolar modo per aiutare i bambini-schiavi, i lavoratori d’età inferiore ai 12 anni e le bambine.

Attualmente in Asia il Programma è pienamente operativo in Bangladesh, in India, in Indonesia, in Nepal, in Pakistan, nelle Filippine ed in Thailandia, mentre attività preparatorie stanno prendendo il via in Cambogia, in Cina, in Mongolia ed in Sri Lanka. In tali paesi l’IPEC sostiene gli sforzi nazionali per eliminare il lavoro minorile e, soprattutto, cerca di costruire le basi per creare una capacità permanente di arginare il problema. Sostenendo l’importanza delle misure preventive, l’IPEC, inoltre, conferisce priorità al fenomeno dei “lavori pericolosi” e del traffico dei bambini.

 

Per quanto riguarda, invece, il più completo atto giuridico internazionale su tale problema, bisogna far riferimento alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia  approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. Tale Convenzione introduce  per la prima volta il concetto di bambino non solo come oggetto di tutela, ma soprattutto come soggetto di diritti. La Convenzione affronta tutte le situazioni soggettive della vita di un individuo dalla nascita ai 18 anni a partire dai diritti elementari quali il diritto alla  vita o alla famiglia di origine fino a quelli definiti di seconda e terza generazione come la libertà di espressione o di religione. Nell’articolo 32 viene enunciato “il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o che sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”.

 

In armonia con la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e con lo scopo di garantire la protezione e dei bambini, è stata approvata il 17 giugno 1999 la Convenzione n. 182 dell’ILO sulla Proibizione delle Peggiori Forme di Lavoro Minorile.

A tale categoria sono riconducibili: “forme di schiavitù e di lavoro forzato, la vendita e il traffico di minori, il loro reclutamento forzato a scopo di impiego in conflitti armati; l’uso di bambini nella prostituzione e nella produzione di materiali pornografici; l’impiego di bambini in attività illecite, segnatamente nella produzione e nel traffico di droga; qualunque tipo di lavoro che, per condizioni ambientali o intrinseche, può nuocere alla salute psico-fisica del bambino”. Gli Stati che ratificano tale Convenzione hanno l’obbligo di emanare o adeguare leggi nazionali per combattere l’analfabetismo e per monitorare il fenomeno dello sfruttamento dei minori.

 

Fondamentale nella lotta contro il lavoro minorile è il costante operato dell’UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, che, attraverso interventi diversificati in base alle realtà regionali, cerca di affrontare tale problema con la collaborazione dei governi, delle ONG locali e internazionali, dei sindacati e dei leader spirituali.

L’UNICEF distingue due tipologie di lavoro minorile: il child labour e il child work. Il primo termine si riferisce a quei lavori che per loro natura danneggiano lo sviluppo psichico e fisico del bambino o che, a causa degli orari troppo prolungati, impediscono al bambino di frequentare la scuola. Proprio per i danni che apporta al piccolo lavoratore, il child labour deve essere abolito con massima urgenza. Con la definizione child work, invece, si intende un lavoro che occupa poche ore della giornata e non apporta danni alla salute del bambino. Esso non viene considerato totalmente negativo in quanto può aiutare il bambino a crescere, ad esempio, sotto il profilo della responsabilizzazione.

L’UNICEF nei suoi progetti tiene sempre presente l’importanza di offrire un’alternativa al lavoro minorile per non creare forme più gravi di povertà. Esempio lampante di quanto affermato è il licenziamento avvenuto nel 1993 di 50 mila bambini che lavoravano nelle fabbriche del Bangladesh a seguito di una progetto di legge statunitense volto a proibire l’importazione di prodotti tessili realizzati da minori. Studi condotti sul luogo hanno dimostrato come tali bambini, non avendo altre possibilità di guadagno, furono costretti a lavori più faticosi, a rubare o a prostituirsi. Per tale motivo l’UNICEF predilige le campagne di sensibilizzazione sulle problematiche del lavoro minorile o di pressione nei riguardi delle aziende che sfruttano i bambini.

Inoltre, per cercare di modificare la cultura tradizionale di molti paesi asiatici che svalutano fin dalla nascita la figlia femmina anche nell’ambito dei doveri all’interno della propria casa, l’UNICEF ha ideato una serie di cartoni animati dal titolo “Meena”, nome della protagonista, i quali narrano la storia di una bambina nata in una famiglia di contadini. Gli episodi sono stati ideati in modo tale da poter essere capiti e accettati in tutta l’Asia meridionale: in Bangladesh, dove è nata l’idea, in India, in Nepal, in Pakistan e nello Sri Lanka. Tale cartone animato invia una serie di messaggi positivi come nella puntata nella quale si affronta il problema della cattiva alimentazione delle bambine. In questo caso Meena, vedendo che il fratello riceve più cibo, propone un giorno alla mamma di scambiare i ruoli tra lei e il fratello. Così per una intera giornata il fratellino si occupa dei lavori domestici, del pollaio e della biancheria mentre Meena deve solo far pascolare la mucca. La sera il fratello è esausto mentre lei oltre ad essere riposata riceve anche una porzione maggiore di cibo. La scena finale del cartone animato è quella di una famiglia allegra intorno al tavolo che ha compreso che il cibo è giusto dividerlo equamente tra i figli.

In questo modo semplice, ma diretto, l’UNICEF cerca di avvicinarsi alla gente più povera trasmettendo loro il rispetto per il diritto all’infanzia troppe volte negato alle bambine.

 

La Comunità internazionale può contribuire in molti modi alla lotta contro il lavoro minorile attraverso il rafforzamento degli strumenti internazionali, sensibilizzando l’opinione pubblica sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo e con il contributo che può fornire la cooperazione a livello tecnico al fine di eliminare tale triste piaga che affligge migliaia di bambini nel mondo. Però, pur considerando ciò, non bisogna sottovalutare l’importanza della responsabilità nazionale e il ruolo che, in ogni singolo paese, giocano i governi nazionali.

 

Settembre 2002.


[i] Per ulteriori informazioni consultare: ILO, Resolution concerning statistics of the economically active population, employment, unemployment and underemployment, Thirteenth International Conference of Labour Statisticians (Ginevra, ILO, ottobre 1982)

[ii] ILO: Economical active population: Estimates and Projections, 1950-2010. Geneva, fourth edition, 1995, Unpublished data avaible from the Bureau of Statistics, ILO, Ginevra.

[iii] Per ulteriori informazioni riguardanti la definizione di bambino-lavoratore consultare: ILO: Child labour: What is to be done, Document for discussion at the Informal Tripartite Meeting at the Ministerial Level, Ginevra, giugno 1996.

[iv] R.S. Pardoen and Irwanto: The impact of some economic policies and programmes on child labour in Indonesia. Unpublished study prepared by the Atma Jaya Research Centre for the ILO (IPEC/SEAPAT), Indonesia, 1996.

[v] C. Banpasirichot: The situation of child labour in Thailand: An overview. IPEC Thailand papers No 1, Bangkok, 1996.

[vi] W. Rahman: Hazardous child labour in Bangladesh, Dhaka, Department of Labour, in collaboration with ILO/IPEC, 1996.

[vii] National Statistical Office: Survey of children 5-17 years old, giugno 1995. ILO/IPEC, Manila.

BIBLIOGRAFIA.

 

·        ILO. Every Child Counts. New Global Estimates on Child Labour. (IPEC/SIMPOC), Ginevra, 2002.

·        Muntarbhorn Vitit. Sexual Exploitation of Children. United Nations, New York and Ginevra, 1996.

·        Thijs Guy. Child Labour. Trends and Challenges in Asia. ILO 1997

·        UNICEF. Rapporto “La Condizione dell’Infanzia nel Mondo 2002”.

·        UNICEF. Rapporto sullo Sfruttamento Sessuale dei Bambini. Yokohama, 17-20 dicembre 2001.

·        UNICEF. I Bambini che Lavorano, Roma 1999.

·        www.antislavery.org/homepage/antislavery/trafficking.htm

·        www.antislavery.org/homepage/antislavery/childlabour.htm

·        www.ilo.org/public/italian/region/eurpro/rome/standards/conv_fond.htm

·        www.unicef.org

·        www.onuitalia.it