Premessa
La Convenzione Internazionale dei Diritti dellInfanzia, approvata
il 20 novembre 1989 dallAssemblea delle Nazioni Unite e recepita
con valore normativo nell'ordinamento giuridico italiano con la Legge
n. 176 del 27 maggio 1991, è lo strumento internazionale che ha
raccolto il più alto numero di sottoscrizioni da parte dei Governi
di tutto il mondo. Allappello mancano solo due nazioni: la Somalia
(che non lha né sottoscritta né ratificata) e gli
Stati Uniti (che lhanno sottoscritta ma non ratificata).
Parlare di diritti dellinfanzia significa affrontare sia il tema
dellEducazione ai Diritti Umani(1)
sia il tema delle violazioni di questi stessi diritti.
(1)A questo proposito va
ricordato che nel 1993 l'UNESCO ha adottato un Piano d'Azione per l'Educazione
ai Diritti Umani e alla Democrazia, nel quale si afferma che "l'Educazione
ai Diritti Umani e alla democrazia costituisce di per se stessa un diritto
umano e un pre requisito alla realizzazione di Diritti Umani, della democrazia
e della giustizia sociale".
Questi due argomenti sono molto più correlati tra loro di quanto
non possa apparire a prima vista. Infatti, non è sufficiente proporre
lillustrazione e lanalisi degli strumenti internazionali,
come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e della Convenzione
Internazionale dei Diritti dellInfanzia, perchè si rischia
di proporre una semplice lista di buoni propositi, tanto ovvi quanto generici
e astratti. In aggiunta a questo, è necessario presentare quanto
e come i principi esplicitati in questi documenti siano realmente rispettati
nel proprio paese e nel resto del mondo: diventa allora possibile suscitare
la consapevolezza dellimportanza dei Diritti Umani e della necessità
di un impegno costante, da parte dei Governi e dei singoli cittadini,
affinchè questi stessi Diritti vengano promossi e difesi.
Il testo che segue intende fornire un contributo allEducazione
sui Diritti Umani che va proprio nella direzione appena indicata
1. I conflitti nelletà contemporanea.
Nel 1997 nel mondo sono stati registrati 35 conflitti armati di entità
significativa: tutti si sono verificati allinterno di Stati, tra
fazioni divise per motivi etnici, religiosi e culturali. I casi più
estremi, sotto gli occhi di tutti, sono quelli dellAfghanistan,
del Burundi, della Liberia, del Sierra Leone, della Somalia. Nelle regione
dei Grandi Laghi il nesso sociale tra gruppi differenti di cittadini si
è interrotto, dando origine a forme di violenza di massa. Coloro
che prendono parte a questi conflitti, siano esse forze governative o
di opposizione, in moltissimi casi hanno violato le leggi umanitarie e
gli standard internazionali.
Paradossalmente, è in aumento il numero dei paesi che hanno un
governo eletto in modo democratico. Tra il 1984 e il 1997 nel mondo è
raddoppiato il numero dei Governi civili, insediatisi a seguito di elezioni
democratiche(2).
Inoltre, nel decennio passato si sono risolti diversi conflitti in America
Centrale (El Salvador, Guatemala, Nicaragua), in Africa del Sud (Mozambico,
Namibia, Sud Africa), nel Sud est asiatico (Cambogia, Laos e Vietnam).
Esistono, però, situazioni dove la crisi è ancora in atto,
perché non esiste un sistema politico pluralistico, come ad esempio
in Iraq, ad Haiti, in Myanmar, nel Congo.
(2) UNHCR (United Nations
High Commission for Refugees), The State of the Worlds Refugees.
A Humanitarian Agenda, New York, Oxford University Oress, 1997 . Tr.
it. ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati)
I rifugiati nel mondo, Dipartimento dellEditoria della Presidenza
del Consiglio dei Ministri, 1997.
Alla fine della guerra fredda si sperava che stesse per iniziare un nuovo
periodo, dove i conflitti sarebbero se non cessati del tutto, almeno diminuiti.
Le considerazioni che motivavano questo ottimismo erano diverse. Innanzitutto
ciascuna delle due superpotenze avrebbero cessato di minare i Governi
dei paesi sostenuti dallaltra superpotenza, di solito fornendo supporto
ai movimenti di opposizione o i gruppi ribelli, a volte anche sotto la
forma di assistenza umanitaria. Questa rivalità, tra laltro,
ha fomentato la militarizzazione di molti paesi in via di sviluppo. La
riduzione delle spese militari avrebbe creato un "dividendo di pace",
ossia, avrebbe portato a un maggiore investimento nelle spese sociali,
dunque ad un maggior benessere.
In realtà queste previsioni non tenevano sufficientemente in conto
la presenza di forze centrifughe interne che sono emerse con violenza,
come in Afghanistan e in Angola; l'URSS si è diviso in 15 stati
multiculturali, la Iugoslavia in 4 e la nascita di questi nuovi Stati
non è sempre stato un evento pacifico.
In molti dei paesi che hanno avviato un passaggio verso un sistema democratico
esiste ancora una instabilità politica e sociale che spinge le
persone ad abbandonare il luogo dove vivono.
E stato detto che queste tensioni interne prima venivano soffocate
dalle superpotenze, che intervenivano sui paesi che ricadevano sotto la
rispettiva area di influenza. Questa considerazione tiene poco conto dellesistenza
di conflitti che avevano avuto inizio molti anni prima della caduta del
muro di Berlino: più della metà dei conflitti che erano
in atto nel 1993 avevano avuto inizio da almeno 10 anni prima(3).
Alla fine del 1995, il conflitto in Angola era già in atto da 30
anni, in Afghanistan da 17 anni, in Sri Lanka da 11 anni e in Somalia
da 7 anni.
Probabilmente è più corretto dare una lettura differente
di questo fenomeno: prima chi cercava di guadagnarsi il potere a discapito
di tutto cercava il supporto di una superpotenza, ora sfrutta gli interessi
di tipo locale.
Comunque, un dato è assolutamente certo: oggi come ieri nessuna
area del mondo è esente da situazioni di crisi per quanto riguarda
i diritti umani.
(3)UNDP (United Nations
Development Programme), Human Development Report 1994, New York,
Oxford University Press, 1994.
Una ulteriore caratteristica dei conflitti contemporanei è lassenza
di alcun limite o regola, tanto che creano in brevissimo tempo un numero
enorme di morti e di sfollati. Basterà citare, a titolo desempio,
il genocidio perpetrato in Ruanda, il ricorso allo stupro come arma di
guerra e pulizia etnica nellex Iugoslavia, lutilizzazione
di bambini soldato in Sierra Leone e in Sudan, il bombardamento di civili
in fuga in Cecenia. In Afghanistan, in Sri Lanka, nel Sudan meridionale
e nel Myanmar orientale, la popolazione civile è stata fatta sfollare
per prevenire che la popolazione locale potesse sostenere i gruppi di
opposizione; in Liberia e in Somalia, invece, lallontanamento dalle
aree rurali era mirato allappropriazione della terra e del bestiame.
Gli attuali conflitti molto spesso sono supportati strutturalmente da
economie definite come "war based", ossia basate sulla guerra. Nel Rapporto
ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) del 1997
si legge che "La linea di demarcazione tra lazione politica, il
banditismo sociale e il crimine organizzato sta diventando sempre più
difficile da tracciare in molte parti del mondo"(4).
Nel Rapporto si fa esplicito riferimento all Afghanistan, dove,
ad esempio, nel decennio passato la coltivazione di oppio è raddoppiata
ed è diventata una delle risorse utilizzate nel conflitto armato
presente nel paese. Situazioni analoghe si sono verificate anche in Angola,
in Cambogia, in Liberia, nel Myanmar, nella Sierra Leone(5).
(4)UNHCR, op. cit,
p. 26.
(5)Ibidem
Le spese militari sono diminuite globalmente, ma sono in aumento nei
paesi in via di sviluppo. Solo nel 1993 le spese militari globali sostenute
in tutto il mondo erano pari a circa 790 miliardi di dollari, di cui 221
miliardi spesi in paesi in via di sviluppo; questi stessi paesi, nel 1960
avevano dedicato alle spese militari "solo" 27 miliardi di dollari. Alcuni
paesi (come lAngola, il Mozambico, lEtiopia il Myanmar, la
Somalia, lo Yemen) per anni hanno speso più in spese militari di
quanto non abbiano investito in servizi scolastici e medico sanitari.
Alcuni di questi (come lEritrea, l Etiopia, il Mozambico,
l Uganda e lo Zimbawe) hanno attuato riallocamenti nei loro bilanci,
dedicando più risorse alle spese sociali e tagliando quelle militari,
ma, ovviamente, esiste una pesante eredità(6).
(6)UNICEF, The State
of the World's Children 1996, New York 1996. Tr. it. La condizione
dell'infanzia nel mondo 1996. Roma, Anicia, 1996.
Responsabilità forti ricadono anche sui produttori di armi: i
5 paesi (Francia, Regno Unito, USA, Federazione Russa, Cina) che costituiscono
i maggiori fornitori di armi ai paesi in via di sviluppo fanno parte del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La quantità di risorse dedicate alle spese militari è ancora
più folle a fronte di un dato: basterebbe spendere globalmente
da 30 a 40 miliardi di dollari allanno per raggiungere gli obiettivi
individuati dallONU per lanno 2.000 e che riguardano la riduzione
della povertà e il sottosviluppo attraverso un miglioramento dellalimentazione,
dei servizi medico sanitari, della scuola, dellaccesso ad acqua
potabile, della costruzione di infrastrutture urbane e di informazione
sulla pianificazione familiare7.
(7)Ibidem.
I conflitti contemporanei sembrano esplodere allimprovviso, ma
in realtà alle spalle di ogni crisi esiste una storia consolidata
di violazioni dei diritti umani. Esistono segnali inequivocabili, costituiti
dalle denunce delle organizzazioni che operano per la difesa e la promozione
dei diritti umani; queste denunce spesso vengono ignorate.
Un esempio: linvasione del Kuwait da parte dellIraq. Già
dal 1980 Amnesty International aveva iniziato a denunciare pubblicamente
lesistenza di massacri deliberati e rimasti impuniti, le torture
e le esecuzioni politiche perpetrate in Iraq ai danni degli oppositori
politici. Ammesty International, tra laltro, nel 1990 aveva dato
notizia dellesecuzione di 21 adolescenti, di età compresa
tra i 14 e i 17 anni e la sparizione di altri 351 giovani mentre si trovavano
in detenzione. Le denunce di Amnesty International non furono prese in
considerazione, tanto che lorganizzazione nel mese di marzo del
1990 rese una dichiarazione ufficiale in cui affermava di "essere profondamente
turbata dalla decisione (presa dalla alla Commissione dellONU per
i Diritti Umani) ... di non prendere posizione riguardo agli abusi sistematici
e a vasto raggio che avvengono in Iraq". Nellagosto del 1990 Hussein
invase lIraq(8). I fatti non hanno
bisogno di ulteriori commenti.
(8)Amnesty International,
Rapporto Annuale 1990, Milano, Hoepli, 1990, p. 288.
Un altro esempio, più recente, riguarda il Ruanda. Un anno prima
che in questo paese iniziasse il genocidio, le Nazioni Unite erano state
ripetutamente sollecitate dalle organizzazioni umanitarie e dai suoi stesi
funzionari affinché si attuassero misure di protezione della popolazione
civile, proprio allo scopo di proteggerla dai massacri. Queste richieste
rimasero in gran parte inascoltate. Gli stati dellONU hanno lasciato
che la situazione si deteriorasse e quando sono iniziati i massacri, sono
state ritirate praticamente tutte le truppe dellONU. Tra le conseguenza
tragiche di questo disinteresse collettivo, ci sono stati due milioni
di ruandesi fuggiti dal loro paese(9).
(9)Amnesty International,
Refugees. Human Rights Have No Borders, Londra, 1997.
Lex segretario delle Nazioni Unite, Boutros Ghali, ha affermato
che occorre mettere in atto una sorta di "diplomazia preventiva", che
sappia identificare in anticipo i potenziali conflitti. Tra i sintomi
di da tenere in debita considerazione vanno senzaltro indicate le
denunce fatte dalle organizzazioni che difendono dei diritti umani(10).
(10)Boutros Boutros-Ghali,
An Agenda for Peace, Ginevra,Dipartimento Editoriale delle Nazioni
Unite, 1995.
Anche i media possono svolgere un ruolo fondamentale nellattirare
lattenzione dellopinione pubblica internazionale e nel favorirne
la mobilitazione. Purtroppo, come è stato sottolineato da più
parti, esiste unattenzione selettiva degli organi di stampa e televisivi.
Un esempio: a fronte di una copertura estensiva dei conflitti in Bosnia-Erzegovina
e in Somalia, quelli che hanno interessato lAfghanistan e lAngola
non hanno ricevuto la stessa attenzione; questo ha fatto sì che
lopinione pubblica concentrasse gli aiuti umanitari solo su alcune
popolazioni, dimenticandone altre(11).
(11)United Nations,
Impact of Armed Conflict on Children. Report of the Expert of the Secretary
General, Ms. Graça Machel, UN A/51/306 del 26 agosto 1996.
Dattiloscritto.
Una ulteriore caratteristica dei conflitti contemporanei è la
maggiore pericolosità nei confronti dei civili, e quindi anche
nei confronti di bambini e adolescenti. In questo secolo la proporzione
dei civili uccisi nei conflitti armati è passata dal 5% al 90%.
Secondo le stime più recenti, negli ultimi 10 anni la guerra ha
causato la morte di 2 milioni di minori; tra 4 e 5 milioni sono rimasti
mutilati; 12 milioni sono rimasti senza tetto; oltre 1 milione sono i
bambini e gli adolescenti rimasti orfani o separati dai genitori; circa
10 milioni hanno subito traumi psicologici(12);
inoltre, l'80% dei 13,2 milioni di rifugiati e dei 30 milioni di profughi
esistenti nel mondo è costituito da donne e bambini. Secondo i
dati resi noti dallACNUR, attualmente ci sono almeno 250.000 minori
al di sotto dei 15 anni (ma molti di questi non hanno neanche compiuto
10 anni) che stanno lavorando come soldati nelle forze governative o in
gruppi di opposizione armati, in circa 33 paesi nel mondo(13).
(12)UNICEF, The State
of the World's Children 1996.
(13)UNICEF, op. cit.
Sulle conseguenze dei conflitti armati su bambini e adolescenti è
stato svolto uno studio, curato da Graça Machel, su incarico dell
allora Segretario Generale dellONU, Boutros Ghali. Il Rapporto finale
è stato presentato allAssemblea Generale delle Nazioni Unite,
nellagosto del 1996(14).
(14)United Nations, op.
cit.
2. Bambini e adolescenti soldato
L’utilizzazione di bambini e adolescenti in guerra non costituisce di certo un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità: i minori sono stati impiegati come suonatori di tamburo nei campi di battaglia o come marinai nelle navi da guerra. L’aspetto che contraddistingue l’epoca contemporanea è l’aumento dei minori coinvolti come combattenti attivi nelle azioni di guerra. Si stima che nel mondo oggi ci siano circa 250.000 minori soldato(15).
(15)Amnesty International, Old Enough To Kill But Too Young To Vote, IOR 51/01/98, Londra, gennaio 1998. Dattiloscritto
Tra i motivi per cui questo fenomeno in crescita c’è la maggiore maneggevolezza delle armi. Fino a non molti anni fa le armi erano troppo pesanti o complicate per poter essere utilizzate agevolmente da un ragazzo; quelle odierne possono essere usate anche da un bambino di 10 anni e, in più , sono abbastanza economiche. Secondo il Rapporto Machel, in Uganda, il costo di una mitragliatrice automatica AK è pari a quello di un pollo; nel Kenya settentrionale lo stessa arma può essere acquistata ad un costo equivalente a quello di una capra(16).
(16)United Nations, op. cit.
Occorre sottolineare che la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia proibisce l’arruolamento per tutti i soggetti che si trovano al disotto dei 15 anni. Questa Convenzione è stata sottoscritta praticamente da tutti i governi del mondo; all’appello mancano solo due paesi: la Somalia e gli Stati Uniti (che l’hanno sottoscritta, ma non ratificata).
In realtà, l’arruolamento di soggetti al di sotto dei 15 anni è praticato sia da Governi sia da forze armate di opposizione.
Tra i paesi in cui è stata identificata la ricorrenza di questo fenomeno ci sono: l’ Afghanistan, il Bhutan, il Burundi, la Cambogia, la Colombia, il Congo, El Salvador, l’ Etiopia, il Guatemala, l’ Honduras, il Libano, la Liberia, il Mozambico, il Myanmar, il Nicaragua, i Territori Occupati (durante l’ Intifada), il Paraguay, il Perù, le Filippine, la Federazione Russa (Cecina), il Ruanda, il Sud Africa, la Sierra Leone, lo Sri Lanka, la Turchia, l’ Uganda, l’ex Iugoslavia.
In Cambogia, da una rilevazione operata negli ospedali militari sui soldati rimasti feriti da mine anti-uomo è emerso che il 43% degli intervistati era stato arruolato tra i 10 e 16 anni.
In alcuni casi i ragazzi non si arruolano volontariamente, ma sono costretti con la forza a compiere questo passo, dopo essere stati rapiti. Ad esempio in Etiopia, negli anni ‘90, la polizia e i militari giravano per le strade prelevando i giovani e adolescenti nei villaggi e nelle aree più povere delle città.
In Myanmar interi gruppi di adolescenti , di età compresa tra i 15 e i 17 anni sono stati prelevati mentre erano a scuola e fatti arruolare con la forza. I giovani militari arruolati con la forza a volte vengono rilasciati dietro il pagamento di una sorta di riscatto da parte della famiglia.
In Liberia circa un quarto dei soldati delle varie fazioni in guerra erano minori, approssimativamente 20.000 soggetti, tra bambini e adolescenti. Il FNPL (Fronte Nazionale Patriottico della Liberia) aveva una sua unità di minori, di età compresa tra i 6 e i 20 anni., coinvolti nelle azioni di guerra(17).
Anche i movimenti di opposizione hanno rapiscono minori per farli arruolare nel loro esercito: è quanto è accaduto, ad esempio, in Angola, Mozambico, Sri Lanka e Sudan.
La RENAMO (Resistência Nacional de Moçambique), in Mozambico, per esempio, poteva contare su almeno 10.000 minori soldato, alcuni di questi avevano a malapena 6 anni(18).
(17)Ibidem
(18)UNICEF, op. cit.
Secondo il Rapporto Machel, le cause per cui un minore al di sotto dei 15 anni entra a far parte attiva di una forza armata, sia essa governativa o afferente ad un gruppo di opposizione, sono molteplici.
La motivazione più forte e ricorrente è di tipo economico: il desiderio e la necessità di procurarsi un reddito, anche se minimo, spinge i ragazzi ad entrare nella lotta armata. In alcuni casi sono gli stessi genitori a spingere i propri figli a compiere questa scelta, soprattutto quando l’esercito paga il salario del neo arruolato direttamente alla famiglia. Ad esempio, in Myanmar il gruppo armato di opposizione Karen offre vestiti e cibo alle famiglie dei minori arruolati nelle sue fila: nel 1990 circa 900 dei 5.000 soldati dell’armata Karen non avevano ancora compiuto 15 anni(19)
(19)Ibidem
Alcuni minori si offrono di partecipare alle azioni di guerra quando ritengono che ciò possa proteggere la propria famiglia, o perché la si pone al riparo da atti di rappresaglia da parte delle forze militari presso cui si presta servizio o perché si stabilisce una sorta di scambio di favori, per cui il gruppo armato da una parte acquisisce un combattente e dall’altra si impegna a fornire protezione ai suoi familiari.
Anche l’indottrinamento religioso può avere un peso determinante, creando nei giovani il mito del martirio. Casi di questo tipo sono stati registrati in Ruanda, in Libano e in Sri Lanka; in questi ultimi due paesi, ad esempio, sono stati usati dei giovani come bombe suicide. In Sri Lanka, gli esponenti delle Tigri di Liberazione dell’Eelam Tamil sono stati particolarmente attivi nelle scuole, per propagandare i loro scopi e promuovere la partecipazione nella lotta armata.
Alle volte i giovani raggiungono la lotta armata per conquistare la libertà politica, come è accaduto in Sud Africa durante l’apartheid e nei Territori occupati durante l’Intifada.
Altri elementi che entrano in gioco nell’arruolamento di bambini e di adolescenti sono l’ idealismo, il senso dell’avventura, la mancanza di alternative. Il Rapporto Machel segnala che i più esposti a questo pericolo sono gli adolescenti che vivono soli, senza la famiglia e quelli che provengono da ambienti marginalizzati socialmente e deprivati economicamente.
Nel 1990 il direttore della Croce Rossa della Liberia ha commento la presenza di bambini soldati nel paese dicendo che "Quelli con le armi possono sopravvivere".
La mancanza di alternative gioca un ruolo non indifferente: in Afghanistan, dove il 90% dei ragazzi non ha accesso alla scuola, negli ultimi anni la proporzione di minori tra i soldati è salito dal 30% al 45%(20).
(20)United Nations, op. cit.
Non sono solo i ragazzi ad ingrossare le fila dei combattenti; anche se in percentuale minore, anche le ragazze sono esposte a questo problema. L’utilizzazione di bambine e adolescenti nelle azioni di è stata registrata nella gran parte dei paesi dove sono impiegati minori al di sotto dei 15 anni. E’ stato calcolato che in Uganda, nel 1986, l’Esercito Nazionale di Resistenza impiegava circa 3.000 minori, gran parte dei quali non aveva ancora compito 16 anni. Tra questi c’erano 500 ragazze.
Le ragazze a volte vengono destinate a lavare i vestiti dei soldati, cucinare e offrire loro servizi sessuali. In Uganda, ad esempio, le ragazze rapite dall’Esercito della Resistenza del Signore vengono costrette a sposare i responsabili militari. Se il marito muore, la ragazza viene sottoposta alla tradizionale cerimonia di purificazione e successivamente assegnata di nuovo in matrimonio a un responsabile.
Queste avvenimenti, ovviamente , non sono circoscritti la solo continente africano, come dimostra questa testimonianza, resa da una ragazza dell’Honduras:
"Quando avevo 13 anni, sono entrata a fare parte del movimento studentesco. Sognavo di contribuire a cambiare le cose, così che i bambini non soffrissero più la fame... più tardi sono entrata nella lotta armata. Avevo tutta l’inesperienza e le paure di una ragazza giovane. Scoprii che le ragazze erano obbligate ad avere rapporti sessuali ’per alleviare la tristezza dei combattenti. Ma chi alleviava la nostra tristezza, dopo essere andate con qualcuno che a malapena conoscevamo? Alla mia giovane età ho avuto anche un aborto. Non ho preso io questa decisone. Provo un gran dolore quando ricordo tutte queste esperienze ... Non ostante il mio impegno, hanno abusato di me, hanno calpestato la mia dignità umana. E soprattutto, non hanno capito che ero una bambina e che avevo dei diritti"(21).
(21)United Nations, op. cit.p.18.
I minori arruolati vengono trattati sotto tutti gli aspetti come gli adulti, senza godere di alcuna considerazione particolare per la loro età.
In diversi casi bambini e adolescenti sono stati esposti o coinvolti intenzionalmente a situazioni di estrema violenza, allo scopo di renderli insensibili alla sofferenza. Ad esempio in Afghanistan, in Mozambico, in Colombia, in Nicaragua bambini e adolescenti sono stati costretti a compiere atrocità contro membri delle loro stesse famiglie o delle comunità in cui vivevano.
Alcuni gruppi di ribelli in Cambogia e in Mozambico hanno sottoposto i ragazzi ad un periodo di terrore e di abuso fisico, per avviarli all’uso della violenza. In Sierra Leone, nel 1995, il Fronte Unito Rivoluzionario, per addestrare alla guerra i ragazzi che aveva rapito, li ha fatti assistere o prendere parte a torture ed esecuzioni di loro parenti. I ragazzi sono stati poi portati in altri villaggi per ripetere questi atti di violenza(22).
(22)UNICEF, op. cit.
E’ un dato di fatto che nessun trattato di pace ha riconosciuto formalmente l’esistenza di minori soldati. Non si tratta di un elemento puramente formale: in Mozambico, ad esempio, nonostante l’arruolamento di minori fosse una fatto ben noto, la RENAMO nei suoi interventi mirati alla normalizzazione della situazione, non ne ha previsto alcuno specificamente destinato a bambini e adolescenti ex combattenti.
Eppure questi minori presentano problemi specifici. Oltre a dover superare problemi psicologici di notevole gravità, com’è ovvio, date le esperienze subite, anche il ritorno a casa può essere impossibile, perché i membri della famiglia sono morti, oppure perché le tradizioni e le credenze lo ostacolano: in alcune zone dell’ Africa, ad esempio, si ritiene che chi ha assassinato in modo violento un essere umano sarà perseguitato dagli spiriti maligni dell’ucciso, di conseguenza accettare un ex soldato significa accettare gli spiriti malvagi che l’accompagnano.
Altre a volte le famiglie impediscono il ritorno a casa delle ragazze soldato che hanno subito abusi sessuali; spesso queste minorenni hanno scarse possibilità di sposarsi, così l’unica prospettiva di sopravvivenza per loro diventa la prostituzione.
Un altro aspetto particolarmente difficile riguarda il reinserimento scolastico dei minori soldato. Anche se la scuola indubbiamente aiuta il ritorno ad una vita normale e la costruzione di una prospettiva lavorativa, non è scontato che un ex combattente venga accettato: in più paesi gli insegnanti hanno sollevato forti obiezioni all’inserimento di questi minori nello loro classi, temendo che questi ragazzi avrebbero potuto creare un clima di violenza tra i coetanei(23).
(23)United Nations, op. cit.
L’arruolamento di minori non è un dato ineluttabile, ma può essere contrastato e prevenuto. Il Rapporto Machel fornisce chiare indicazioni a questo proposito.
Innanzitutto è necessario che venga approvato il Protocollo Opzionale della Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia, che innalza a 18 anni l’età minima per entrare a far parte di una forza militare. A favore dell’approvazione di questo Protocollo stanno lavorando da diversi anni numerose ONG (Organizzazioni Non Governative), l’ACNUR e l’UNICEF.
Questi organismi chiedono che prima dei 18 anni venga proibito l’arruolamento sia volontario sia obbligatorio, sia negli esercito regolare governativi sia nei gruppi armati non governativi, anche quando la famiglia abbia dato il proprio consenso. Attualmente la preparazione della Bozza del Protocollo ha raggiunto un punto di stallo, a causa dell’opposizione degli USA, che, pur non essendo uno degli Stati parti della Convenzione iNternazionale dei Diritti dell’Infanzia, si oppongono all’innalzamento dell’età minima per partecipare attivamente nei conflitti armati. Per capire l’entità del problema, basterà ricordare che nel mese di novembre del 1997 l’organizzazione International Save The Children Alliance ha dichiarato di avere raccolto prove della presenza di soldati d’età inferiore ai 18 anni in 32 conflitti armati(24).
(24) Amnesty International, 54th UN Commission on Human Rights (1988): Statement and press releases issued by Amnesty International, IOR 41/06/98 Londra, maggio 1998.
Nel frattempo, è necessario anche costringere i Governi e le forze armate d’opposizione a non accettare bambini e adolescenti al di sotto dei 15 anni nei rispettivi eserciti, così come a cessare la pratica dell’arruolamento forzato. Per raggiungere questo scopo sono cruciali due elementi: l’attivazione di sistemi di monitoraggio e di intervento per prevenire e porre rimedio agli abusi, così come l’iscrizione di tutti i bambini nel registro anagrafico, affinché possano essere dotati di un documento di riconoscimento che ne attesti l’età. In questo modo è possibile chiedere il rilascio di quanto sono stati arruolati, in forma sia volontaria sia coatta, pur essendo al di sotto dell’età minima consentita. La validità di queste indicazione sono state dimostrate in più occasioni: ad esempio in Guatemala, tra il mese di maggio e il mese di giugno del 1995 l’Ombudsman dei diritti umani è intervenuto in 596 casi di arruolamento forzato di bambini e adolescenti , ottenendo il rilascio di 148 soggetti al di sotto dei 18 anni.
Infine, è fondamentale la mobilitazione delle comunità locali, delle ONG, dei gruppi religiosi e dell’opinione pubblica internazionale. In Salvador, in Guatemala e in Paraguay alcuni gruppi etnici e le madri dei minori arruolati con la forza si sono costituiti come gruppi di pressione per il rilascio di questi ragazzi. In Perù il fenomeno dell’arruolamento forzato ha subito una riduzione sensibile quando i preti delle parrocchie hanno denunciato pubblicamente l’esistenza di questa pratica. In Sudan alcune organizzazioni umanitarie sono riuscite a negoziare accordi con le forze d’opposizione per prevenire l’arruolamento forzato dei minori (25).
L’ ACNUR sta sviluppando un progetto di sensibilizzazione di massa sul problema dell’arruolamento dei bambini soldato, trasmettendo programmi radiofonici proprio nelle ragioni dove questo fenomeno è presente, per esercitare pressione sulle parti in conflitto, affinché cessino questa pratica. Tra i paesi interessati ci sono: l’ Afghanistan, l’ Angola, la Sierra Leone, la Somalia, lo Sri Lanka, la regione dei Grandi Laghi.
(25)Ibidem.
Le conseguenze delle situazioni di crisi politiche sui bambini e sugli adolescenti, ovviamente, non si limitano ai soggetti che prendono parte attiva nei conflitti armati.
3. La violenza sessuale
La violenza sessuale costituisce una continua minaccia a cui sono esposte donne e ragazze durante la guerra. Il Rapporto Machel sottolinea con forza a questo proposito che mentre la tortura e l’omicidio sono comunemente considerati come crimini di guerra (bambini e adolescenti vengono spesso torturati come forma di punizione per l’intera collettività a cui appartengono, oppure per estorcere informazioni su amici e parenti), la violenza sessuale e lo stupro vengono spesso considerati come una conseguenza tragica ma inevitabile della guerra.
Questo atteggiamento crea i presupposti dell’ impunità goduta da chi usa lo stupro come arma di guerra. Il Tribunale Speciale per l’ Ex Iugoslavia ha incriminato otto persone per crimini di guerra, particolarmente per aver usato lo stupro e la violenza sessuale, nonostante una missione inviata dalla Comunità Europea ha rilevato che almeno 20.000 donne musulmane sono state violentate(26).
(26)UNICEF, op. cit.
Lo stupro durante la guerra è usata come un mezzo per terrorizzare la popolazione o per costringerla a fuggire; altre volte è praticata con scopi di "pulizia etnica": in Bosnia-Erzegovina, ad esempio, le violenze sessuali erano mirate a creare gravidanze, costringendo le donne a "portare nel proprio grembo il figlio del nemico". Oltre alla violenza subita, sulle ragazze e le donne che rimangono in stato interessante si è riversato in non pochi casi anche l’ostracismo della famiglie e della comunità di origine, tanto che alcune di loro si sono suicidate per il peso insopportabile di queste esperienze.
Il rapporto Machel sottolinea che questo non è l’unico esempio di violenza sessuale: durante la seconda guerra mondiale migliaia di donne coreane sono state costrette a diventare una sorta di "schiave del sesso".
Bambine e adolescenti possono diventare vittime del mercato della prostituzione anche a seguito all’arrivo delle forze di pace keeping. In Mozambico, ad esempio, dopo la firma del trattato di pace nel 1992, soldati dell’ONUMOZ (United Nations Operations In Mozambique) hanno avviato alla prostituzione ragazze di età compresa tra i 12 e i 18 anni. In preparazione del Rapporto Machel sono stati preparati 12 studi di caso che hanno avuto per oggetto lo sfruttamento sessuale dei minori durante i conflitti armati Da tali studi, è emerso che in 6 dei 12 paesi osservati l’arrivo delle truppe di pace è stata associata a una rapida crescita della prostituzione minorile.
La violenza sessuale, tra l’altro, comporta gravi conseguenze anche per quanto riguarda la diffusione della sieropositività e dell’HIV, il rischio di gravidanze indesiderate.
Gran parte delle vittime sono ragazze, ma i maschi non rimangono esenti da queste violenze. In Bosnia-Erzegovina, ad esempio, padri e figli sono stati costretti a commettere abusi sessuali l’uno contro l’altro. Alcuni ragazzi traumatizzati dalla violenza subita hanno successivamente commesso abusi sessuali(27).
(27)United Nations, op. cit.
4. Le mine anti uomo. Bambini e adolescenti disabili o menomati
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i conflitti armati e la violenza politica sono responsabili per la presenza di 4 milioni di bambini mutilati o disabili. In Afghanistan i minori con questi problemi sono almeno 100.000. Solo il 3% dei bambini e degli adolescenti mutilati o disabili che vivono nei paesi in via di sviluppo riceve cure riabilitative adeguate, soprattutto a causa del loro alto costo. E’ stato calcolato che in Angola e in Mozambico meno del 20% dei bambini e degli adolescenti minorati o disabili ricevono protesi a basso costo; in Salvador e in Nicaragua solo il 20% dei minori che ne hanno bisogno usufruiscono di terapie riabilitative.
L’esplosione di una mina è molto più dannosa al corpo di un bambino rispetto a quello di un adulto. Anche se le mine anti uomo non sono costruite per uccidere ma per ferire, i danni causati su un bambino sono molto più gravi. In Cambogia, il 20% dei minori colpiti da mine anti-uomo o ordigni simili muore per le ferite riportate.
Oggi, in 68 paesi del mondo sono innescate almeno 110 milioni di mine anti-uomo; in aggiunta a queste, vanno poi considerati altri tipi di ordigni, come le granate, le bombe inesplose, ecc.
In Afghanistan, Angola e Cambogia ci sono almeno 28 milioni di mine antiuomo (solo in Afghanistan è stato stimato ce ne siano tra i 10 e i 15 milioni). Questi tre paesi raccolgono l’85% dei feriti causati da questi strumenti bellici. In Angola, dove si stima che ci siano 10 milioni di mine anti-uomo, ci sono 70.000 mutilati, di cui 8.000 sono bambini e adolescenti. In Africa ci sono 37 milioni di mine, distribuite su 19 paesi(28).
(28) Ibidem.
La fascia economica più colpita dalle mine è quella a più basso reddito: sono coloro che lavorano la terra, allevano il bestiame o vanno in cerca di materiale di risulta per poi rivenderlo. Ad esempio, nel 1995, in un villaggio nel Mozambico 11 ragazzi sono rimasti uccisi dall’esplosione di una bomba raccolta assieme ad altri pezzi di metallo, destinati ad essere rivenduti nel mercato locale. I ragazzi non avevano identificato la bomba e, una volta posto tutto il materiale raccolto su una bilancia, l’ordigno è esploso.
Le conseguenze delle mutilazioni sono severe e non tutte le famiglie hanno la disponibilità economica per sostenere le spese relative alle cure riabilitative, che spesso sono lunghe e costose. Per bambini molto piccoli, l’amputazione di arto può significare aver bisogno di una nuova protesi ogni sei mesi: tra l’altro, le bambine e le adolescenti hanno sempre meno probabilità di ricevere cure riabilitative rispetto ai ragazzi. In El Salvador meno del 20% dei minori mutilati o rimasti disabili a seguito di ordigni bellici riceve cure adeguate al loro caso(29).
>(29)UNICEF, op. cit.
Anche quando il soggetto che rimane ferito è un adulto le conseguenze si ripercuotono sui bambini: una ricerca condotta in Afghanistan ha dimostrato che la disoccupazione tra gli adulti di sesso maschile è salita dal 6% al 52% a causa degli incidenti causati dalla mine anti-uomo; in Cambogia il 61% delle famiglie in cui almeno uno dei membri è stato colpito dalle mine, è stata costretta a indebitarsi per poter far fronte alle spese delle cure.
Le conseguenze negative della disseminazione di mine non si limita alle mutilazioni e alle ferite fisiche. A volte le mine impediscono alle famiglie sfollate di riunirsi o di reinserirsi nei luoghi di origine, perché ciò metterebbe a rischio la vita degli uomini e non offrirebbe la possibilità di svolgere un’attività lavorativa, come la coltivazione della terra e l’allevamento del bestiame.
In Angola, l’UNITA ha sparso mine antiuomo in grandi aree coltivabili, allo scopo di compromettere la produzione di cibo nelle aree controllate dalle forze governative. Contemporaneamente ha mobilitato gruppi di appoggio che creassero aree di produzione alimentare, controllate appunto dall’UNITA.
L’impossibilità o la difficoltà di coltivare la terra e allevare il bestiame, comunque, non sono causate solo dalle mine anti uomo; spesso sono la semplice conseguenza della presenza di un conflitto armato. Nel 1980 il Governo Etiope ha usato deliberatamente la tattica di distruggere centinaia di migliaia di acri di terra coltivata nel Tigrai(30).
(30)United Nations, op. cit.
5. Le conseguenze della mancanza di cibo e di cure medico sanitarie.
In ogni caso, qualsiasi sia il motivo specifico, le situazioni di crisi generano una caduta nella produzione e reperibilità dei generi alimentari. Ad esempio, in Somalia, nella valle dello Juba, dove le famiglie sfollate avevano iniziato a reinsediarsi a partire dal 1993, nel 1995 il raccolto è stato inferiore del 50% rispetto ai livelli di produzione precedenti all’inizio del conflitto.
Nel Kongor, in Sudan, a seguito di un massacro di cui sono stati fatto oggetto sia uomini sia animali, il numero dei capi di bestiame è passato: da 1.500.000 a 500.000 unità.
La scarsità di cibo genera malnutrizione, soprattutto tra i bambini più piccoli, che si trovano al disotto dei tre anni d’età. In Somalia nel 1993 e in Liberia nel 1995 nelle regioni più colpite dalla crisi, oltre i 50% dei bambini soffriva di malnutrizione severa o moderata.
Per attenuare l’incidenza di questo fenomeno spesso si attuano programmi di integrazione alimentare, basati soprattutto sulla distribuzione di porzioni di cibo deidratato. Questa soluzione si è rivelata più efficace dell’istituzione di Centri di assistenza alimentare: l’OMS ha calcolato che meno del 50% dei bambini malnutriti è servito da uno di questi Centri. La spiegazione va ritrovata nel fatto che spesso i Centri sono troppo lontani, richiedono troppo tempo per essere raggiunti e quindi perché siano fruibili i suoi servizi, soprattutto quando nello stesso nucleo familiare esistono anche adulti o altri bambini che esigono cure.
La scarsità di cibo e di servizi medico-sanitari possono essere armi ancora più letali di quelle convenzionali. Nel 1973, In Uganda, la copertura vaccinale dei bambini era del 73%; nel 1990, quindi dopo l’inizio della guerra, secondo i dati in possesso dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, meno del 10% dei bambini erano stati vaccinati contro la tubercolosi, meno del 5% contro la difteria, la pertosse il tetano, il morbillo e la poliomielite(31).
Uno studio condotto in Uganda nel 1980 in una zona di guerra ha fatto emergere che solo il 2% dei decessi era attribuibile alla violenza, il 20% a malattie, il 78% dalla fame. Nel 1992 la percentuale di bambini che presentavano forme di denutrizione erano più del 40% in Angola, Liberia e Sudan.
Tra il 1980 e il 1988 la mancanza di cibo, acqua potabile e cure mediche adeguate è stata responsabile della morte di 330.000 bambini e adolescenti in Angola; in Mozambico, nello stesso periodo, ne sono morti 490.000(32).
Quando la guerra si combina con la siccità, i risultati sono ancora più drammatici:. In Somalia, nel 1992, è morto oltre il 50% dei bambini al disotto dei 5 anni; il 90% di queste morti è stata causato dall’interazione tra malattie e malnutrizione.
(31)Ibidem.
(32)United Nations, op. cit.
Molti dei conflitti armati hanno luogo nei paesi più poveri, dove i minori sono già estremamente vulnerabili a causa delle malattie e della malnutrizione. In questi paesi, quando scoppia un conflitto armato, il valore del Tasso di Mortalità Infantile può aumentare vertiginosamente. Ad esempio in Somalia, tra il 1981 e il 1988, secondo l’ OMS, il valore della la mortalità infantile è cresciuta, a seconda delle zone e del periodo considerato, da 7 a 25 volte.
La maggiore morbilità e mortalità è dovuta anche al fatto che durante una guerra un conflitto armati, le strutture medico sanitarie sono tra le prime ad essere colpite, in diretta violazione di quanto stabilito dalla Convezione di Ginevra del 1949. In Uganda, tra il 1972 e il 1985, il 50% dei medici e l’80% dei farmacisti hanno abbandonato il paese.
In Mozambico, tra il 1982 e il 1990, circa il 70% delle unità sanitarie sono state saccheggiate o costrette a chiudere; in aggiunta, l’accesso a quelle rimaste aperte era difficile a causa del coprifuoco.
In Nicaragua, tra il 1982 e il 1987, sono stati danneggiati e resi inutilizzabili 106 dei 450 posti di salute disseminati nell’intero paese, altri 37 sono stati chiusi a causa dei frequenti attacchi(33).
(33)Ibidem.
Per ovviare, sia pure in modo limitato, alle mancanze di cure, è sorta l’idea di creare i "corridoi di pace": brevi periodi di sospensione delle attività belliche, mirate alla distribuzione di vaccini, medicinali e cibo. La prima iniziativa di questo tipo è stata realizzata in Salvador, nel 1985. Qui venne stipulato un accordo tra le forze governative e quelle d’opposizione, che consentì a 20.000 operatori sanitari di vaccinare in tre giorni 250.000 bambini contro la poliomielite, la difteria, il morbillo, la pertosse. Questa operazione venne poi ripetuta ogni anno, fino alla fine del conflitto, sei anni più tardi.
La stessa esperienza si è poi ripetuta nel 1986, nella conflitto tra il governo ugandese e l’Esercito Nazionale di Resistenza.
Pochi mesi più tardi, nel marzo del 1987, nel Libano, vennero sospese le ostilità per consentire la vaccinazione di bambini in Libano; in Afghanistan venne ripetuta un’operazione analoga nel periodo 1988-89.
Un operazione particolarmente riuscita è quella che ha avuto luogo in Sudan. Nel 1988 la popolazione ha dovuto subire oltre alle conseguenze del conflitto armato anche quelle delle siccità; l’azione combinata delle due cause aveva determinato la morte di 250.000 persone e lo sfollamento di circa 3 milioni di persone. A seguito di una negoziazione avviata dalle agenzie umanitarie sia con le forze governative sia con quelle ribelli, è stata realizzata l’Operazione Lifeline Sudan (OLS). Sono stati così creati otto corridoi di pace, che hanno consentito di distribuire 100.000 tonnellate di generi alimentari e 4.000 tonnellate di medicinali; vennero inoltre vaccinati 90.000 bambini. Una seconda fase dell’Operazione Lifeline Sudan è stata attivata nel mese di marzo del 1990.
Il caso sudanese è particolarmente importante perché, proprio a seguito delle trattative che hanno condotto alle realizzazione di questi interventi, l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese si è impegnato a rispettare la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia. E’ stata quindi la prima forza armata di opposizione a impegnarsi in questo senso(34).
(34)UNICEF, op. cit.
6. Le conseguenze psicologiche dei conflitti armati
Oltre alle ferite fisiche ci sono i danni psicologici causati sui bambini e sugli adolescenti che hanno vissuto un conflitto armato.
Da una rilevazione, condotta in Ruanda dall’UNICEF, è risultato che nel 1995 l’80% dei 3.030 minori intervistati, aveva perso un membro della famiglia; circa un terzo di questi ragazzi aveva effettivamente assistito alla morte di un familiare
Un altro problema, particolarmente serio anche se spesso sottovalutato, sorge quando giornalisti o ricercatori incoraggiano bambini e adolescenti a raccontare vicende che li hanno coinvolti personalmente. Oltre a far rivivere esperienze particolarmente dolorose, fatti simili possono far correre notevoli rischi ai minori che, ad esempio, venissero identificati dopo aver reso testimonianze incriminanti.
I bambini e gli adolescenti che sono stati esposti a lungo a atti di violenza perdono la fiducia negli adulti. Questa reazione è particolarmente forte nei minori che hanno subito violenze fisiche e sessuali da persone che prima consideravano amici, come è accaduto in Ruanda o in Iugoslavia. A questo proposito è significativa la testimonianza di un ragazzo bosniaco, che ha dichiarato: "Avevamo passato la nostra infanzia assieme. Lo vidi e sperai che mi avrebbe salvato la vita. Era pronto ad uccidermi"(35).
7. Le sanzioni
Esistono conseguenze indirette dei conflitti, che colpiscono in modo diretto i bambini. Una di queste è rappresentata dall’imposizione di sanzioni. Boutros Ghali ha definito le sanzioni come un’arma spuntata, dal momento che infliggono gravi sofferenze a gruppi già vulnerabili, mentre è molto improbabile che riescano a modificare le scelte dei responsabili politici. L’imposizione di sanzioni economiche pone dunque serie questioni morali.
Il ricorso a sanzioni economiche è uno dei nuovi sviluppi della politica internazionale: più che alla guerra i Go verni fanno ricorso alle sanzioni, anche perché è un metodo meno impegnativo sotto il profilo economico, dal momento che non sono costretti a impegnarsi in costose operazioni belliche(36).
(36)Boutros Boutros-Ghali, op. cit.
Dal 1991, sotto l’art. 41, Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, la comunità internazionale ha imposto sanzioni collettive sull’Iraq, sulla Yugoslavia (Serbia e Montenegro), sulla Libia, su Haiti. In aggiunta, ci sono state un sanzioni bilaterali. I bambini sono tra i soggetti che risentono per primi e in forma più severa delle conseguenze delle sanzioni. Ad esempio, in Haiti le sanzioni sono state imposte dopo il colpo di stato avvenuto nel mese di settembre del 1991. A seguito delle sanzioni il prezzo dei prodotti alimentari di base è quintuplicato e la proporzione dei bambini malnutriti è salita dal 3% al 23%. La denutrizione diventa poi concausa di morte, come abbiamo visto: tra il 1991 e il 1992, tra le cause di decesso tra i bambini, la proporzione delle morti per morbillo è salita dall’1% al 14%. In Haiti, nei primi tre anni di sanzioni, il numero dei bambini iscritti nella scuola primaria è calata del 25%. L’Organizzazione umanitaria Save The Cildren ha rilevato che tra il 1991 e il 1992 nell’area di Central Plateau, in Maissade, dove vivono 45.000 persone, il tasso di mortalità infantile è cresciuto del 64%(37).
(37)UNICEF, op. cit.
Dal 1990 l’Iraq sta subendo una forma particolarmente severa di embargo. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 1991 adottò la risoluzione 706 per permettere all’Iraq di utilizzare i fondi congelati per comprare cibo e medicine, sotto la condizione che questi beni sarebbero stati acquistati e distribuiti sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Il Governo Iracheno giudicò inaccettabili tali condizioni e cominciò a discuterle solo nel 1995. Nel frattempo il Tasso di Mortalità Infantile ha triplicato il suo valore; del resto, in Iraq il razionamento del cibo fornisce meno del 60% delle calorie necessarie alla sopravvivenza(38).
(38)United Nations, op. cit.
8. Bambini e adolescenti rifugiati
"Nelle guerre che si svolgono oggi, bambini e adolescenti rifugiati non sono più vittime incidentali di conflitti e sfollamenti; viceversa, diventano sempre più bersagli di interventi mirati alla militarizzazione, alla politicizzazione e allo sfruttamento"(39). Con queste parole, poche settimane fa (il 2 febbraio 1998) il rappresentante dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha aperto a Ginevra il suo intervento presso il Gruppo di Lavoro sui Diritti Umani dell'ONU.
(39)Dalla dichiarazione presentata a nome dell'ACNUR da Neil Boothby, Coordinatore per i minori rifugiati, presso il Gruppo di lavoro sui Diritti Umani dell'ONU che lavora sulla Bozza del Protocollo Opzionale della Convenzione Internazionale dei Diritti dell'Infanzia e sul Coinvolgimento dei Minori nei Conflitti Armati, Ginevra, 2 febbraio 1998.
All’inizio del 1997 nel mondo c’erano circa 13,2 milioni di rifugiati; oltre ai rifugiati in senso stretto, ossia coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato, esistono da 25 a 30 milioni di persone sfollate (internally displaced people) che sono state costrette ad abbandonare il luogo dove vivevano, ma che non hanno lasciato il proprio paese.
I motivi per cui si è costretti a fuggire dal proprio paese, o comunque dal luogo dove si è nati e vissuti, possono essere diversi: le catastrofi naturali, la fame, le epidemie, la repressione politica, i conflitti armati. "La perdita della sicurezza umana - si legge nel Rapporto dell’UNDP (United Nations Development Programme) - può essere un processo lento e silenzioso, oppure può emergere da una crisi improvvisa. Può essere causata dall’uomo, a causa di scelte politiche sbagliate. Può originarsi dalle forze della natura. Oppure può essere il risultato della combinazione di queste due cause"(40).
(40)UNHCR, op. cit.p. 14
Alcuni disastri ambientali ed ecologici che creano onde migratorie, come terremoti e cicloni, sono impossibili da prevenire, in altri casi la responsabilità dell’uomo è forte, come quando si crea desertificazione e degradazione del terreno. Ad esempio, durante lo svolgimento di conflitti armati accade molto frequentemente che vengano danneggiate in modo deliberato le risorse naturali, minando i terreni coltivabili e quelli destinati all’allevamento, avvelenando le falde d’acqua potabile (come è accaduto in Iugoslavia), bruciando i raccolti per intimidire o per costringere le persone a fuggire.
Secondo la Convenzione Internazionale Relativa allo Status di Rifugiato, è tale colui "che, a causa del timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo paese; oppure chi, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal paese in cui aveva residenza abituale, a seguito di tali avvenimenti, non può e non vuole ritornarvi per il timore di cui sopra" (art. 1).
La Convenzione stabilisce, inoltre, gli standard per il trattamento dei rifugiati rispetto al loro status legale, alle attività lavorative, all’assistenza.
Nella stessa Convenzione viene sancito il principio di non refoulment:
"Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (refouler) - in nessun modo - un rifugiato verso le frontiere dei luoghi dove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa delle sua razza, della sua religione, della sua nazionalità, della sua appartenenza a una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche" (art. 33).
La Convenzione Internazionale Relativa allo Status di Rifugiato è stata approvata dall’ONU nel 1951. Essa prendeva in considerazione solo i rifugiati divenuti tali prima di quella data. Secondo l’art. 40 della Convenzione, ogni Stato firmatario avrebbe potuto decidere se applicare la Convenzione sui soggetti provenienti da qualsiasi Paese del mondo o se limitare tale applicazione ai soggetti provenienti solo da alcuni Paesi, indicati specificatamente.
Il limite temporale della Convenzione (che stabiliva il riconoscimento e la protezione dei rifugiati solo a coloro che lo erano diventati prima del 1951) è stato superato solo nel 1967, grazie al Protocollo opzionale che abolisce appunto questo dispositivo. Il Protocollo è stato adottato dall’Italia nel 1970. Per quanto riguarda la limitazione geografica, invece, sono ormai pochissimi gli Stati che continuano a prevederla: Congo, Monaco, Ungheria e Malta.
La definizione di rifugiato non è priva di aspetti problematici. Innanzitutto il concetto di "timore fondato", indicato dall’art. 1 della Convenzione si presta ad interpretazioni soggettive e quindi ad applicazioni più o meno restrittive, a seconda dei criteri di valutazione adottati.
Anche il concetto di "persecuzione" non viene definito dalla Convenzione, lasciando ampio spazio discrezionale ai Governi. "Il significato di persecuzione ... è stato interpretato nel senso di una violazione di gravità tale da giustificare il bisogno di protezione da parte di un altro Stato. Il bisogno di protezione dipende a sua volta dalla gravità della potenziale danno e dal tipo di diritto che rischia di essere violato".(41)
(41)Amnesty International, Il sale della terra. I rifugiati e il diritto d'asilo, Firenze, Edizioni Cultura della Pace, 1997, p.55.
La soggettività e la discrezionalità usate per identificare coloro che hanno diritto al riconoscimento dello status di rifugiato hanno fatto sì che si creasse una categoria di "rifugiati di fatto": sono coloro che non rientrano pienamente nelle definizione di rifugiato o che non sono stati formalmente riconosciuti tali, ma che, allo stesso tempo, non possono far ritorno nei rispettivi paesi di origine per motivi di sicurezza.
Esiste poi una terza categoria di persone: gli sfollati. La situazione per costoro è particolarmente critica perché, a differenza dell'ACNUR che si occupa in modo specifico dei rifugiati, non esiste alcuna agenzia internazionale che sia incaricata espressamente della loro assistenza. Degli sfollati se ne occupano quindi solo le singole organizzazioni umanitarie, oltre che, per quanto riguarda aspetti specifici del proprio mandato, l'ACNUR, l'UNICEF, l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la Croce Rossa. Questo spiega la mancanza di dati statistici sugli sfollati, anche se le stime di questo fenomeno corrispondono a cifre alte: nel Rapporto 1997 dell'ACNUR viene riportato, infatti, che gli internally displaced people sono circa 16 milioni in Africa, 6 o 7 milioni in Asia, circa 5 milioni in Europa, 3 milioni nelle Americhe(42).
(42) UNHCR, op. cit.
Il numero delle persone assistite complessivamente dall'ACNUR è aumentato da 12 milioni nel 1987 a 22 milioni nel 1997; questa cifra include i rifugiati riconosciuti, i rifugiati di fatto, una parte degli sfollati, parte dei profughi rimpatriati nel paese di origine.
Anche le cifre riferite a questi fenomeni sono alte: gli spostamenti stanno sempre più diventando fenomeni di massa che si svolgono in un lasso di tempo breve. Ad esempio, la guerra del golfo persico ha generato più di un milione di sfollati curdi di nazionalità irachena; i conflitti dell'ex Iugoslavia 4 milioni di sfollati (considerando sia quelli che sono rimasti all'interno del paese sia quelli che l'hanno abbandonato); il genocidio della Ruanda 1 milione; il conflitto in Liberia oltre 2 milioni sfollati (considerando sia quelli che sono rimasti all'interno del paese sia quelli che lo hanno abbandonato).
Il numero dei rifugiati in senso stretto ha subito una flessione negli anni '90. Erano 18,2 milioni nel mondo nel 1993, all'inizio del 1997 questa cifra era scesa a 13,2 milioni, distribuiti come segue: 4,3 milioni in Africa, 4,8 milioni in Asia, 3,1 milioni in Europa (in Italia sono 170.000), 0,9 milioni in America Latina, 0,7 milioni in Nord America e 0, 75 milioni in Oceania(43).
Questa diminuzione è dovuta alla concomitanza di più fattori. Un primo fattore è costituito dalle operazioni di rimpatrio avviate in paesi come l'Afghanistan, la Cambogia, il Mozambico, la Ruanda; in totale, si stima che dall'inizio degli anni '90 siano stati rimpatriati nei rispettivi paesi di origine circa 10 milioni di rifugiati, o perché hanno scelto liberamente di tornarvi o perché vi sono stati costretti. Recentemente Amnesty International ha denunciato come anche i rimpatri volontari non siano in realtà tali, dal momento che ai rifugiati non vengono date informazioni complete e attendibili sulla situazione che troveranno una volta ritornati nel paese di origine(44).
Un secondo fattore che incide sul calo del numero dei rifugiati è la parallela crescita del numero degli sfollati interni. Sempre più, infatti, coloro che fuggono dal luogo dove vivono, tendono a restare nel proprio paese.
43 Ibidem.
44 Amnesty International, Il sale della terra. I rifugiati e il diritto d'asilo.
9. Le Le politiche di respingimento dei rifugiati
La prima e la seconda causa hanno un elemento in comune: la politica di non entrée adottate dai Governi. Molti paesi, infatti, stanno di fatto chiudendo le frontiere, introducendo norme e leggi che di fatto impediscono l’entrata o l’accesso alle procedure di richiesta d’asilo.
Un caso esemplificativo di questa politica è stato denunciato pubblicamente da Amnesty International nel mese di settembre del 1997, a proposito della Federazione Russa, dove viene sistematicamente negato l’accesso alle procedure per richiedere asilo politico. Abdirazak, un richiedente asilo di nazionalità somala che nel 1996 si trovava già da cinque anni nella Confederazione degli Stati Indipendenti, ha dichiarato ad Amnesty: "Io ho cinque figli, tre dei quali sono nati a Mosca. Stanno tutti male, ci possiamo permettere di mangiare solo due volte al giorno e non abbiamo i soldi per comperare carne o verdura. Non abbiamo abbastanza soldi per comperare vestiti ai bambini. Viviamo ogni giorno l’ostilità dei vicini di casa: una volta sono stato anche minacciato con un coltello. Abbiamo dovuto lasciare l’appartamento dove vivevamo prima per i maltrattamenti della polizia e dei vicini. Io non ho diritto al lavoro e devo continuamente pagare multe perché non ho un documento che dichiari il mio stato di rifugiato" . La Confederazione degli Stati Indipendenti ha firmato la Convenzione Internazionale Relativa allo Status di Rifugiato e il relativo Protocollo nel febbraio del 1993(45).
(45)Amnesty International, AI Week &International Children's Day 1997. Refugee Children: "Don't Play With My Future!". Appeal Cases, ACT 31/05/97, Londra, 1997. Dattiloscritto.
Le detenzione dei richiedenti asilo, quando questi non sono in possesso di documenti validi è un'altra delle politiche correntemente adottate per scoraggiare la richiesta di asilo. Coloro che presentano la domanda per essere accolti come rifugiati rimangono così in prigione finché la loro pratica non viene presa in esame. Non sono rari i casi in cui tale detenzione si protrae per diverse settimane.
Un caso, anche questo esemplificativo, di cui Amnesty International si è occupata, riguarda il Pakistan. In Pakistan, nel 1996, sono stati arrestati 36 minori afgani rifugiati perché non erano in possesso di documenti validi per l'espatrio. Sono stati detenuti nella prigione centrale di Adiala, a Rawalpindi. Diversi di questi minori non avevano che 12 anni, eppure alcuni sono rimasti in prigione fino a nove settimane; i più fortunati se la sono cavata con "solo" una settimana di detenzione. Le condizioni carcerarie erano assolutamente inadeguate: basti dire che questi ragazzi avevano diritto solo a due ore di aria al giorno. Questi adolescenti sono rimasti in prigione finché i rispettivi genitori non sono riusciti a pagare la loro liberazione. Si tratta di una pratica abituale: la polizia arresta gli sfollati afgani senza alcun motivo specifico, poi chiede denaro per il loro rilascio; quelli che non possono pagare, vengono trattenuti in custodia tutelare per mancanza di documenti validi. Se vogliono uscire di prigione, devono produrre un passaporto valido e un visto di entrata. Dietro un ulteriore pagamento, la polizia rilascia la fotografia autenticata del passaporto(46).
(46)Amnesty International, AI Week &International Children's Day 1997. Refugee Children.
Nel 1994 l'ACNUR ha messo a punto le Linee Guida Sui Minori rifugiati, dove si afferma chiaramente che la detenzione di questi soggetti deve essere applicata solo come ultima risorsa e, comunque, sempre dietro una giustificata motivazione. Inoltre, le condizione carcerarie devono essere adatte alle esigenze specifiche dei minori che, ad esempio, devono avere la possibilità di ricevere un'istruzione e di svolgere attività ricreative. La detenzione dei rifugiati è concessa dagli standard internazionali solo su morivi specifici e solo quando queste siano assolutamente necessarie.
Occorre notare che i fatti descritti costituiscono non solo una violazione della Convenzione Internazionale sullo Status di Rifugiato, ma anche dell'art. 22 (minori rifugiati) e 37 (arresto e detenzione di minori) della Convenzione Internazionale dei Diritti dell'Infanzia, che tutela tutti i bambini presenti sui territori nazionali dei rispettivi Governi sottoscrittori, indipendentemente dalla loro nazionalità.
Un grosso problema è l'invisibilità dei minori rifugiati, che attacca tutti gli aspetti delle politiche adottate. Esiste la forte tendenza a trattare i rifugiati come un gruppo omogeneo, uniforme, dove i minori sono considerati come una semplice appendice degli adulti. Eppure, bambini e adolescenti costituiscono circa il 52% dei rifugiati; ma sono state registrate punte massime anche del 60%. I minori non accompagnati oscillano tra il 3% e il 5% dei rifugiati, ma in situazioni particolari, come la crisi dei Grandi Laghi questa proporzione può salire fino al 10(47). In Ruanda, nel 1994, c'erano almeno 114.000 bambini separati dalle rispettive famiglie. In Angola uno studio condotto nel 1995 dall'UNICEF ha rilevato che il 20 per cento dei minori era stato separato almeno una volta dalla propria famiglia per periodi di diversa durata(48).
(47)UNHCR, op. cit.
(48)UNICEF, op. cit.
10. I minori non accompagnati
I minori non accompagnati sono coloro che sono stati separati dalle rispettive famiglie e che non ricadono sotto la cura di nessun adulto. Questi minori sono soli perché le famiglie che vivono in zone dove si svolgono scontri armati a volte fanno ospitare i propri figli da parenti o amici, oppure li ricoverano presso centri di intervento umanitario.
Gran parte di questi bambini e adolescenti, quindi, non sono orfani o, se lo sono, hanno di solito parenti o, comunque, persone disposte a prendersene cura; ad esempio, in Mozambico una parte cospicua dei 200.000 minori orfani o separati dai genitori sono stati accolti da familiari o membri della comunità di origine. I bambini e gli adolescenti che, per un qualsiasi motivo, non riescono a ricongiungersi con la famiglia o la comunità di origine di solito finiscono nelle grandi città: ad esempio, uno studio condotto nel 1991 in Liberia ha rilevato che il 90% dei minori intervistati che vivevano nella strada hanno dichiarato di trovarvisi dall’inizio della guerra e oltre la metà di questi, addossava la causa della propria vita di strada all’allontanamento dalla famiglia di origine(49).
(49)United Nations, op. cit.
La prima priorità negli interventi di assistenza umanitaria è proprio quello di identificare i ragazzi, non accompagnati, avendo cura di tenere uniti i fratelli. Di norma, prima si dovrebbero cercare i genitori, in seconda battuta gli eventuali parenti o la comunità di provenienza. Anche se in situazioni particolarmente critiche può essere difficile rintracciare la famiglia di un minore non accompagnato, il Rapporto Machel raccomanda di non dichiarare adottabili questi ragazzi, almeno fino a quando non siano stati compiuti tutti gli sforzi per rintracciarne parenti o amici. Tale indicazione, del resto, è contenuta anche nella Convenzione sulla Protezione del Bambino e Cooperazione Rispetto all’Adozione Internazionale, siglata all’Aia il 29 maggio 1994. Questa norma ha anche lo scopo di prevenire abusi: è stato accertato, ad esempio, che in Bosnia Erzegovina alcune operazioni di evacuazione del territorio sono state attuate per poi immettere i bambini nel mercato illegale delle adozioni(50).
(50)UNICEF, op. cit.
Esistono casi di interventi attuati sui minori non accompagnati che hanno ottenuto risultati estremamente positivi. Nel 1994, nella zona dei Grandi Laghi, è stato realizzato un vasto programma per rintracciare i minori non accompagnati. Erano coinvolti in questo progetto l’UNICEF, l’ ACNUR, la Croce Rossa e diverse Organizzazioni Non Governative e organizzazioni umanitarie, come Save The Children. Secondo i dati forniti dall’ACNUR, grazie a questo intervento sono stati identificati più di 100.000 minori non accompagnati e 33.000 di questi sono stati riuniti con le rispettive famiglie entro il mese di maggio del 1996. Si tratta del numero più alto di riunificazioni familiari mai riportato in una situazione di emergenza.
In Ruanda, l’UNICEF, l’ACNUR, la Croce Rossa e Organizzazioni Non Governative hanno messo a punto un kit per l’identificazione dei ragazzi non accompagnati; in particolare, per consentire l’identificazione delle famiglie di origine e la raccolta standardizzata dei dati. Le principali attività previste dal kit sono: la stampa di foto dei minori non accompagnati; la distribuzione di queste foto nei vari campi di raccolta dei profughi, mediante supporti informatici; la disseminazione di informazioni sui minori non accompagnati, attraverso programmi radiofonici. A quest’ultima attività ha collaborato anche la BBC in Uganda.
L’esperienza ha insegnato che la creazione di appositi centri per minori non accompagnati può essere controproducente, perché spesso soluzioni di questo tipo tendono a far crescere in numero dei minori non accompagnati: alcuni genitori, infatti, scelgono di lasciare in questi centri i propri figli perché sanno che qui vi troveranno protezione e cibo che la famiglia non potrebbe fornire.
Inoltre, la creazione di centri per minori non accompagnati ha prestato il fianco a diverse occasioni di malversazione. E’ stato appurato, ad esempio, che a seguito della grande attenzione prestata dai media, nella regione dei Grandi Laghi sono stati creati molti Centri per la raccolta di ragazzi non accompagnati; un numero significativo di questi Centri, in realtà, miravano semplicemente ad approfittare degli aiuti umanitari(51).
(51)United Nations, op. cit.
11. Le violazioni del diritto di protezione dei minori rifugiati
I minori non accompagnati non sempre godono di protezione speciale; al contrario, possono essere oggetto di trattamenti inumani e degradanti, come dimostra il caso di un ragazzo Tamil di 13 anni, giunto in Australia nel 1997. Dashi (il nome è di fantasia) proveniva da Jaffna, in Sri Lanka. Era scappato con la sua famiglia perché il suo villaggio era continuamente sottoposto ad attacchi militari. Nei 18 mesi successivi alla loro fuga, Dashi e la sua famiglia tentarono di trovare riparo in diversi campi di rifugiati, ma ogni volta furono costretti ad andarsene per evitare di essere di nuovo sottoposti ad azioni di guerra; tra l'altro, proprio durante una di queste operazioni rimase ucciso il fratello di Dashi, di 15 anni. Dashi rischiava anche di essere arruolato con la forza dal gruppo armato d'opposizione delle Tigri della Liberazione dell'Eelam Tamil. Alla fine la sua famiglia lo mandò a Colombo, presso parenti, sperando che lì il ragazzo potesse essere al sicuro. Tuttavia, appena arrivato a Colombo, Dashi fu venne arrestato e picchiato mentre si trovava in stato di detenzione. La sua famiglia, sempre più preoccupata, decise di farlo espatriare.
Dashi arrivò da solo a Sydney all'inizio del 1997, senza essere in possesso di un documento valido per l'espatrio. Venne immediatamente arrestato, in base alla legge australiana sull'immigrazione, e detenuto in una divisione di massima sicurezza di uno dei centri di detenzione per immigrati illegali. Alcuni testimoni hanno dichiarato di aver sentito il ragazzo piangere durante la notte, eppure le autorità australiane hanno spiegato ad Amnesty International che la scelta di sistemare il ragazzo in una cella di massima sicurezza era dovuta a proprio alle volontà di proteggerlo. Il ragazzo restò per tre mesi nel carcere di massima sicurezza, finché il suo caso non venne esaminato e gli venne finalmente concesso lo status di rifugiato.
Il caso di Dashi non è isolato. Tra il 1989 e il 1997 sono giunti in Australia 2.854 boat people. Queste persone hanno passato fino a 4 anni nei centri di detenzione per immigrati illegali; tra queste persone c'erano 763 bambini e 75 neonati. Ad esempio, secondo le informazioni in possesso di Amnesty International, il 22 marzo del 1997 c'erano 51 bambini detenuti nei vari centri. Anche se i bambini possono essere rilasciati, a discrezione delle autorità competenti, le condizioni perché tale rilascio avvenga spesso sono di fatto vanificate, ad esempio dal fatto che assieme ai minori non vengano messi in libertà anche i rispettivi genitori. Fino ad oggi solo 30 persone (pari all'1% del totale) dei boat people detenuti dal 1989 è stato rilasciato in base a questo dispositivo. Tra l'altro, una volta rilasciati, queste persone non hanno diritto a ricevere alcuna forma di assistenza sociale(52).
(52) Amnesty International, AI Week &International Children's Day 1997. Refugee Children
Bambini e adolescenti rifugiati sono anche oggetto di refoulement. Nel mese di agosto del 1995 un gruppo di 418 cittadini somali è stato rimpatriato dallo Yemen in Somalia; tra di loro c'erano diversi bambini e adolescenti. A proposito di questo episodio sono state raccolte diverse testimonianze, da cui è risultato che la polizia ha picchiato i rifugiati, ha distrutto i loro effetti personali, ha separato i bambini dai genitori e confiscato i documenti che comprovavano lo status di rifugiato.
Molte di queste persone avevano già ottenuto lo status di rifugiato da parte dell'ACNUR; ciò non ostante sono state costrette a imbarcarsi su una nave che è salpata da Aden per arrivare in Bassasso, nel nord della Somalia. Questa operazione rientrava tra quelle previste contro i residenti illegali nello Yemen, avviate a partire dal 1995(53).
(53)Ibidem.
Esistono storie che dimostrano come neanche i campi profughi possano essere considerati luoghi sicuri. Ad esempio, in Congo, l'AFDL (Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo-Zaire), impedisce la consegna degli aiuti umanitari ai campi profughi. Un ulteriore denuncia di Amnesty International è stata fatta a proposito dei campi profughi di Biaro e Kasese, a sud di Kisangani, dove, nel mese di aprile del 1997, la consegna degli aiuti umanitari era possibile solo per due ore al giorno, non ostante la presenza di diverse migliaia di persone gravemente sottoalimentate e ammalate al'interno di questi campi. L'AFDL affermava che tale limitazione era necessaria per proteggere coloro che consegnavano gli aiuti, mentre molte organizzazioni umanitarie ritenevano piuttosto che tale rifiuto fosse dovuto alla volontà di coprire dei massacri. Questo timore si è poi rivelato fondato alla luce del fatto che, alla fine del mese di aprile, la metà degli 80.000 profughi ruandesi rifugiatisi nei campi in questione erano "scomparsi", a causa degli assalti perpetrati dai militari dell'AFDL e da civili zairesi. Il 23 aprile 1997, a seguito di un ennesimo attacco, il campo profughi di Biaro rimase completamente deserto. Alcuni del rifugiati vennero ritrovati nella foresta vicina al campo; avevano i corpi feriti da colpi di machete e di armi da fuoco. Alcuni di loro raccontarono che membri dell'AFDL avevano raccolto e portato via tutti i ragazzi; poco dopo erano stati uditi colpi di pistola; da allora i ragazzi non hanno più fatto ritorno.
In Congo sono stati registrati numerosi episodi di violenza perpetrata nei confronti di profughi Hutu ruandesi di tutte le età. Il 26 aprile 1997 ben 52 rifugiati Hutu minorenni, ricoverati nell'ospedale di Lwiro perché ammalati e denutriti, sono stati prelevati con la forza da membri dell'AFDL. I ragazzi sono stati rinchiusi in un container, picchiati e privati di cibo e acqua per tre giorni. Sono stati riportati in ospedale dopo una forte protesta dei membri della comunità internazionale. L'UNICEF ha dichiarato le condizioni dei ragazzi, al loro ritorno in ospedale, erano estremamente critiche(54).
(54)Ibidem.
12. Morbilità e mancata scolarizzazione dei minori rifugiati
rifugiati
Oltre alla violenza fisica, esistono anche altre cause che mettono in pericolo la vita di bambini e adolescenti rifugiati. Infatti, le prime settimane che seguono un sfollamento di massa di solito si traducono in una mortalità altissima per i bambini. Diverse ricerche hanno dimostrato che i bambini sfollati interni presentano un tasso di mortalità infantile superiore del 60% a quello registrato tra i bambini che vivono nello stesso paese e che non sono sfollati(55).
(55)United Nations, op. cit.
Ad esempio, quando la situazione della Somalia ha raggiunto il picco della
crisi, in alcune zone di questo paese un’epidemia di morbillo è stata responsabile della morte di oltre il 50% delle morti registrate in quel periodo.
Il morbillo, la dissenteria, le infezioni respiratorie acute, la malaria e la malnutrizione sono le cause più ricorrenti di morte: dal 60% all’80% di tutti i decessi registrati. Le infezioni respiratorie acute, tra cui anche la polmonite, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), nel 1994 ha ucciso un terzo dei bambini presenti in sei centri profughi della regione di Goma, nel Congo. In Somalia, nel 1992, le morti verificatesi nelle zone di Baidolia, Afgoi e Berbera erano dovute alla dissenteria per una percentuale oscillante tra il 23 e il 50%. Anche la malaria la tubercolosi si diffondono con rapidità: l’ OMS stima che circa la metà dei rifugiati sia affetta da tubercolosi.
Ulteriori fattori concomitanti sono: il sovraffollamento, la scarsità di cibo e di acqua, la precarietà delle condizioni igieniche. Non stupisce, quindi, che epidemie di colera siano scoppiate nei campi profughi del Bangladesh, del Kenya, del Malawi, del Nepal, della Somalia, del Congo. Nel campo profughi di Goma, nel Congo, nel 1994 un’epidemia di colera ha ucciso 50.000 persone in appena un mese.
Un’ulteriore aspetto problematico dell’assenza di cure mediche riguarda il fatto che i bambini provenienti da zone dove sono presenti conflitti armati spesso riportano ferite che richiedono cure specifiche(56).
(56)Ibidem.
Una situazione critica esiste anche a proposito dell’accesso ai servizi scolastici. L’ACNUR ha ripetutamente sottolineato come venga costantemente sottovalutato il ruolo svolto dalla scuola, mentre questa costituisce un dato fondamentale per il ritorno alla normalità, oltre a rappresentare un elemento importante per il futuro inserimento lavorativo e sociale di questi minori.
A volte la frequenza scolastica è impossibile a causa dalla distruzione degli edifici scolastici o dalla mancanza di insegnanti. Nel Rapporto Machel viene riportato che in Mozambico è stata distrutto il 45% delle scuole primarie; durante la crisi in Ruanda, più dei due terzi degli insegnanti sono stati costretti a fuggire o sono stati uccisi.
Altre volte la scuola esiste ed è funzionante, ma i ragazzi la possono perché mancano dei documenti richiesti, o perché non sono considerati residenti nell’area servita dalla suola o perché non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche. Anche se questo contravviene alle leggi umanitarie molti Stati sono riluttanti a consentire l’inserimento dei minori rifugiati nelle scuole pubbliche, perché temono che questo incoraggi questi bambini e le rispettive famiglie a restare sul loro territorio(57).
(57)Ibidem.
Nel 1996 l'ACNUR ha assistito oltre 700.00 minori nei paesi di asilo, soprattutto in Asia e Africa. Questa cifra non include coloro che pagano a spese proprie la frequenza scolastica e che non ricevono sostegno da parte dell'Alto Commissariato per i Rifugiati. Ciò non ostante, solo un quarto dei minori rifugiati assistiti dall'ACNUR, di età compresa tra i 6 e i 18 anni, sta frequentando la scuola.
A causa delle alte percentuali di ripetenze e abbandoni scolastici, la maggioranza dei bambini e degli adolescenti rifugiati frequenta le prime classi della scuola primaria. I due terzi sono maschi, un terzo ragazze.
Una discrepanza ancora più forte esiste tra bambini e adolescenti; questi ultimi, infatti, costituiscono una percentuale minima degli scolari. La conseguenza di questa situazione generale è che un gran numero di ragazzi sono analfabeti o hanno concluso a malapena pochi anni di scuola.
Per le situazioni di estrema emergenza, di recente è stato messo a punto il TEP , ossia la "scuola in scatola", a cura dell'UNESCO e dell'UNICEF. E' una raccolta di materiali scolastici di base, sufficienti ad avviare le attività didattiche per i primi mesi di una situazione di emergenza. Il TEP stato usato per la prima volta in Somalia e successivamente, nei campi profughi del Gibuti. Questo materiale è ora largamente usato in Ruanda e in Tanzania, dove i bambini fanno scuola sotto le tende.
13. Lo sfruttamento lavorativo e sessuale
Un ulteriore problema dei minori ricoverati preso i campi profughi è lo sfruttamento lavorativo e sessuale. A causa della natura clandestina di questi lavori esiste una oggettiva mancanza di dati accurati. E’ stato accertato, però, che, ad esempio, diversi ragazzi rifugiati della Sierra Leone sono stati ritrovati mentre svolgevano lavori pesanti e pericolosi nelle miniere di diamanti in Guinea.
Le rifugiate minorenni diventano facilmente oggetto di traffico dalle zone di guerre e dai compi profughi ai bordelli fuori del paese di origine. Casi di questo tipo sono stati documentati, ad esempio, dalla Cambogia in Tailandia, così come dalla Bosnia e dalla Georgia in Turchia.
Povertà, fame e disperazione possono spingere donne e ragazze verso la prostituzione, obbligandole a scambiare favori sessuali con protezione, cibo, medicine, documenti o servizi per se stesse o per la propria famiglia.
Nei campi profughi dello Zaire, ad esempio, molte famiglie hanno spinto le proprie figlie affinché si prostituissero. In Guatemala diverse famiglie di sfollati interni sono state costrette a far prostituire le loro figlie. In Colombia bambine non più grandi di 12 anni sono state costrette a prostituirsi con combattenti di gruppi paramilitari perché questi difendessero le loro famiglie dagli altri gruppi armati.
I minori che sono stati avviati alla prostituzione spesso non hanno altra alternativa che continuare a prostituirsi.
Ulteriori problemi sorgono dall’attuazione di pratiche tradizionali, che però danneggiano la salute delle ragazze, come quella di far contrarre il matrimonio in giovane età, tra i 12 e i 14 anni: è una pratica particolarmente diffusa nella culture asiatiche. Tra le ragazze africane, invece, problema che riguarda le ragazze, soprattutto quelle africane, è la pratica della mutilazione genitale femminile, consiste nell’educare le ragazze sul pericolo delle pratiche tradizionali e allo stesso tempi incoraggiare pratiche che non siano dannose o mutilanti.
Esistono, sia pure in forma limitata, programmi attuati dall’ACNUR e da varie Organizzazioni Non Governative per prevenire queste pratiche, pur mantenendo, quando possibile, il significato originario della tradizione. Ad esempio, in Uganda, si sta cercando di incoraggiare la continuazione della tradizione di celebrare l’ "iniziazione" delle ragazze, privandola però dell’aspetto mutilante connesso alle pratiche tradizionali. Progetti analoghi sono stati realizzati anche con le minorenni somale dei campi profughi dell’Etiopia orientale.
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