Dopo appena tre settimane, le due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono devastate e distrutte per buona parte, in seguito a due esplosioni nucleari, questa volta utilizzate come armi di guerra1.
Il 14 agosto il Giappone si arrese e si chiuse, almeno da un punto di vista prettamente bellico, la seconda guerra mondiale.
Dal luglio-agosto 1945, i concetti di "pace" e di "guerra" non hanno più lo stesso significato. La prima non è più una situazione di tranquillità pressoché totale senza minacce, ma è sempre più legata al concetto di guerra. Guerra che ormai può essere condotta con armi d'inusitata potenza distruttrice, che implicano tutta una serie di altre considerazioni di carattere etico, morale, ma soprattutto in relazione alla conservazione della specie umana sul pianeta Terra.
Gli avvenimenti dell'estate del 1945 erano legati ai grossi progressi che a partire dalla fine del diciannovesimo secolo erano stati compiuti sia in chimica, sia in fisica. Senza gli sviluppi scientifici dei cinquanta anni precedenti non sarebbe mai stato possibile ipotizzare alcuna arma nucleare.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa2 non aspettò i rapporti dei suoi delegati in Giappone, ma prese subito una posizione decisa sui nuovi mezzi di distruzione di massa. In una circolare circa la fine della guerra ed i futuri compiti della Croce Rossa, inviata alle Società Nazionali della Croce Rossa e datata 5 settembre 1945, dunque meno di un mese dall’esplosione della bomba, il Comitato già si pose delle domande circa la liceità dell’uso delle armi atomiche e invitò gli Stati a raggiungere un accordo per bandirne l’uso3.
Dopo le esplosioni sopra le due città giapponesi fra i giuristi si sviluppò dapprima lentamente (a causa della tendenza conservatrice del diritto, della sua scarsa inclinazione a rispondere immediatamente a tematiche sorte da breve tempo ed infine per l'atmosfera di trionfo che seguì alla vittoria degli Alleati contro gli Stati dell'Asse) e poi in modo sempre più veloce un vivace dibattito, sulla liceità prima in riferimento all'uso e in seguito anche alla detenzione delle armi nucleari nel diritto internazionale, che è poi proseguito fino ai giorni attuali.
Fra gli Stati, alcuni hanno visto negli ordigni nucleari o un valido strumento per riuscire, una volta ottenutene il possesso, a bloccare sul nascere qualunque ipotesi di ricorso alle armi, o un mezzo per realizzare sogni di predominio mondiale, o anche un metodo per raggiungere livelli di benessere prima sconosciuti. Altri ancora invece hanno considerato da subito le armi nucleari come un mezzo di annientamento generale della vita umana e quindi un pericolo mortale per l'umanità intera, e come tali da eliminare immediatamente dalla faccia della Terra.
Dopo sessanta anni dalle esplosioni giapponesi questo dibattito continua. Risposte definitive e complete, principalmente a causa di ostacoli di natura politica ed economica, non ne sono state date e le normative di diritto internazionale che direttamente od indirettamente hanno riguardato la tematica della detenzione e dell'uso delle armi nucleari sono state eccessivamente il frutto di pesanti compromessi fra interessi contrapposti e molte volte sono anche state disattese, risultando quindi imperfette ed insufficienti.
Nel corso di questi sessanta anni, le armi nucleari hanno sollevato sentimenti contraddittori. Durante la guerra fredda l’eventualità di un conflitto nucleare non poteva essere totalmente scartata. Gli esperti descrivevano gli scenari e gli effetti apocalittici di un conflitto combattuto con ordigni nucleari, mentre in ragione della devastante potenza di queste nuove armi la loro distruzione e interdizione era richiesta sia in base ad un generico pacifismo, sia in base al diritto internazionale umanitario. D’altro canto, forse, una certa verità risiede anche nel fatto che la dissuasione nucleare abbia risparmiato al mondo intero un conflitto fra Est ed Ovest che pareva inevitabile.
Certamente in un contesto mondiale profondamente differente rispetto a quello del 1945, dove l’assetto fondato sui due blocchi, uno legato agli Stati Uniti d’America e l’altro all’Unione Sovietica non esiste più, urgono normative di diritto internazionale di carattere generale e non frutto di interessi incrociati, per evitare una proliferazione, cioè una detenzione, con possibilità di utilizzazione delle armi nucleari su vasta scala.
L’analisi che verrà svolta avrà come oggetto la liceità dell’uso e della detenzione delle armi nucleari in diritto internazionale. Per queste ultime si intendono quegli ordigni che rilasciano energia in seguito alle trasformazioni degli atomi dei nuclei. Non avendo in atto nel momento dell’esplosione tali trasformazioni, non rientrano nella categoria delle armi nucleari e non saranno considerati né i proiettili all’uranio impoverito, né le armi radiologiche. Tali armi sembrano indubbiamente interessanti, sono state recentemente poste all’attenzione dell’opinione pubblica, ma non si tratta di armi nucleari e come tali sono state espunte dall’analisi effettuata.
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[1] GORDON-BATES, K., Le CICR et l'Arme Nucléaire: Histoire d'un Paradoxe Embarassant, in http://www.icrc.org/Web/fre/, 18 marzo 2003.
[2] www.ircc.org
[3] "War - which remains an anomaly in a civilized world - has undoubtedly become so devastating and universal, amidst the web of conflicting interests on the various continents, that every thought and every effort ought to be directed first and foremost at making it impossible. But the Red Cross should nonetheless continue, of necessity, its traditional activity in the field of human rights, which is to safeguard the requirements of humanity in times of war. The apparent untimeliness of this task, when peace appears finally to have returned, must not distract the Red Cross from this essential duty. The greater the destructive power of war, the greater the necessity - in protest against this reversal of values - to spread the light of humanity, no matter how small, into the infinite darkness.
One may wonder, however, ... whether the latest developments in warfare technology still leave room, in international law, for any sound, valid order. The First World War already, and even more so the disasters of the past six years, have shown that the conditions which enabled international law to find its traditional expression in the Geneva and Hague Conventions have undergone profound changes. It is primarily obvious that, owing to the progress in aviation and the increased impact of bombing, the distinctions established so far in terms of the categories of individuals who ought to receive special protection - particularly, in the case of civilians, protection from the armed forces - have become practically inapplicable. The development of means of warfare and, therefore, of war itself, has been rendered all the more lethal by the use of discoveries in atomic physics as a weapon of war of unprecedented effectiveness.
It would be pointless to anticipate the future of this new weapon, or even to express the hope that the Powers might give it up entirely. Will they at least want to keep it in reserve, so to speak, in a lasting, secure way, as an ultimate guarantee against war and as a means to safeguard a balanced order? Such a hope is perhaps not entirely vain as, during the past six years of fighting, there has been no use of certain toxic or bacteriological weapons banned by the Powers in 1925. Let us remember this fact of a period which has seen so many violations of the law and so many reprisals". La Fin des Hostilités et les Tâches Futures de la Croix-Rouge (The End of the Fighting and the Future Tasks of the Red Cross), 370th Circular to the Central Committees, 5 September 1945, in Revue Internationale de la Croix Rouge, n. 321, settembre 1945, pp. 657-662, ad, pp. 659-660.